Il sistema Melloni: molto potere, molti finanziamenti, pochi risultati? Il dottorato DREST come cartina di tornasole


I Dottorati di Interesse Nazionale (DIN) costituiscono una peculiare istituzione del sistema universitario italiano. Istituiti sotto l'egida del Ministero dell'Università e della Ricerca, riuniscono numerosi atenei in un unico programma di dottorato interuniversitario, finalizzato a promuovere la ricerca e la formazione dottorale in ambiti disciplinari considerati di interesse strategico per il Paese.
C'è un Dottorato di Interesse Nazionale che, negli ultimi anni, è diventato uno dei principali punti di riferimento nel settore degli studi religiosi in Italia.
Un progetto sostenuto da ingenti risorse pubbliche, presentato come un'eccellenza nazionale e collocato al centro di un articolato sistema accademico costruito attorno alla Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna (FSCIRE) e alla figura di Alberto Melloni, ordinario di Storia del Cristianesimo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, che ne è segretario generale dal 2007.
Si tratta del DREST (Dottorato di Interesse Nazionale in Studi Religiosi), con sede amministrativa presso l’ateneo di Melloni che ne è coordinatore nazionale; la FSCIRE vi svolge un ruolo scientifico e organizzativo di primo piano.
L'uscita del bando del 42° ciclo offre oggi l'occasione per porre una domanda che, finora, è rimasta sullo sfondo.
Dopo anni di finanziamenti pubblici, di centralità istituzionale e di grande visibilità accademica, il DREST ha prodotto risultati proporzionati alle risorse di cui ha beneficiato?
È una domanda che riguarda il DREST, ma che finisce per investire l'intero "sistema Melloni". Perché il DREST non è un progetto qualsiasi: è una delle sue espressioni più compiute, il banco di prova di un modello di governo delle scienze religiose che da quasi vent'anni concentra risorse, reti accademiche e responsabilità istituzionali attorno agli stessi soggetti. Se quel modello funziona, dovrebbe essere proprio il DREST a dimostrarlo. Se invece emergono criticità strutturali, è inevitabile interrogarsi non soltanto sul dottorato, ma sul sistema che lo ha concepito, promosso e governato.

Un progetto nato in grande...

Quando il DREST fu avviato con il 38° ciclo (2022), furono bandite 56 borse di dottorato, anche grazie ai finanziamenti PNRR.
L'ambizione era evidente: creare il punto di riferimento nazionale per gli studi religiosi.
Già dal primo ciclo, tuttavia, emerse un elemento che avrebbe accompagnato il progetto negli anni successivi: un numero significativo di borse rimase senza assegnazione. Per il 38° ciclo furono pubblicati addirittura due bandi, a breve distanza l'uno dall'altro. Il primo metteva a concorso 43 borse, il secondo ulteriori 13. Eppure, i dottorandi attualmente iscritti al 38° ciclo risultano essere soltanto 35. Ciò significa che 21 borse, pari al 37,5% di quelle bandite, non hanno dato luogo a un dottorando attivo, perché rimaste vacanti o successivamente oggetto di rinuncia.
Particolarmente clamoroso fu il caso del bando ITSERR, finanziato integralmente con fondi PNRR: delle 13 borse messe a concorso, la quasi totalità rimase senza assegnazione.
Nel 39° ciclo furono bandite 41 borse, ma i dottorandi attivi risultano essere soltanto 30. In altri termini, 11 borse non hanno dato luogo a un dottorando attivo, pari al 26,8% di quelle bandite.
Dal 40° ciclo (2024) il numero delle borse è stato ridotto a 30, cioè al minimo richiesto per mantenere lo status di Dottorato di Interesse Nazionale. Anche in questo caso, tuttavia, il dato più significativo rimane il rapporto tra borse bandite e dottorandi effettivamente attivi. Quelli del 40° ciclo sono soltanto 19. Ciò significa che 11 borse, pari al 36,7% del totale, non hanno dato luogo a un dottorando attivo.
Nel 41° ciclo (2025) le borse bandite erano ancora 30, mentre i dottorandi attivi risultano essere soltanto 13, meno della metà delle borse originariamente messe a concorso. In questo caso le borse che non hanno dato luogo a un dottorando attivo sono 17, pari addirittura al 56,7% del totale.
Se ora anche il 42° ciclo dovesse confermare questa tendenza, non si potrebbe più parlare di una difficoltà occasionale. Si dovrebbe piuttosto prendere atto dell'esistenza di un problema strutturale.

Un dottorato nazionale... sempre meno nazionale?

C'è poi un altro dato che merita attenzione.
Nel 42° ciclo, delle 30 borse bandite, 18 sono finanziate dall'Università di Modena e Reggio Emilia, sede amministrativa del DREST.
A queste si aggiungono 3 borse finanziate da FSCIRE/Alta Scuola Europea di Scienze Religiose "G. Alberigo".
In altre parole, 21 borse su 30, pari al 70% del totale, fanno capo alla sede amministrativa e al principale partner scientifico del progetti.
Soltanto 9 borse sono ripartite tra gli altri partner: 3 sono finanziate dall'Università di Palermo, 2 dall'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" e una ciascuna da altri quattro atenei partecipanti.
Si tratta di una configurazione non riscontrabile in altri Dottorati di Interesse Nazionale.
Nel DIN in Peace Studies, coordinato dalla Sapienza, per il 42° ciclo sono bandite 34 borse, ma l'ateneo capofila ne finanzia soltanto 4.
Nel DIN in Studi Europei, coordinato dall'Università di Genova, le borse bandite per il 42° ciclo sono 34 e l'università sede amministrativa ne finanzia 6.
In quei casi il finanziamento risulta effettivamente distribuito tra gli atenei partner.
Nel DREST, invece, il peso della sede amministrativa e del suo principale partner scientifico (ove numerosi dottorandi anche non finanziati da FSCIRE svolgono i tirocini obbligatori previsti dalle borse finanziate dal PNRR) appare progressivamente sempre più rilevante.
Si tratta, naturalmente, di una scelta organizzativa legittima. Resta però una scelta che merita di essere discussa, poiché un Dottorato di Interesse Nazionale dovrebbe, almeno in linea di principio, riflettere un impegno ampiamente condiviso tra le istituzioni che ne fanno parte.

Le borse bandite e quelle realmente assegnate

C'è anche un aspetto sul quale sarebbe auspicabile una piena trasparenza.
Per mantenere lo status di DIN è necessario bandire almeno 30 borse.
Il requisito riguarda il numero delle borse messe a bando.
Non quello delle borse effettivamente assegnate.
Nel DREST, però, ormai da anni, strutturalmente, il numero delle borse attribuite è molto inferiore a quello delle borse finanziate e pubblicate nel bando ed anzi il trend è in peggioramento.
Oltretutto la quasi totalità delle borse è vincolata a progetti di ricerca estremamente specifici, spesso già definiti nel dettaglio dall'ente finanziatore. In altri DIN, invece, prevalgono borse senza vincolo di progetto o su tematiche più ampie, capaci di attrarre una platea più vasta di candidati e di valorizzarne maggiormente l'autonomia progettuale. Un'eccessiva frammentazione delle borse in profili altamente specialistici restringe il bacino dei potenziali concorrenti e aumenta il rischio che una parte significativa delle borse rimanga priva di assegnazione.
Tutto questo pone domande inevitabili.
Perché continuare a programmare 30 borse se, nei fatti, una quota così rilevante rimane sistematicamente vacante?
Qual è la destinazione delle risorse corrispondenti alle borse non assegnate?
Le somme vengono riallocate?
Restano nella disponibilità degli enti finanziatori?
Contribuiscono al finanziamento dei cicli successivi?
Su questi aspetti è auspicabile una rendicontazione pubblica chiara e facilmente accessibile.
Del resto, non sarebbe la prima volta che il sistema Melloni/FSCIRE suscita interrogativi sulla gestione e sulla destinazione di risorse pubbliche. Si pensi alle polemiche relative al finanziamento governativo di circa 400.000 euro destinato a una mostra, inizialmente presentato come frutto di un bando competitivo e poi emerso, secondo la ricostruzione giornalistica, come assegnazione diretta della Presidenza del Consiglio. Al di là delle valutazioni su quella specifica vicenda, essa dimostra come, quando sono in gioco fondi pubblici, la richiesta di piena trasparenza non costituisca un attacco personale, ma un principio elementare di buona amministrazione.
Quando sono in gioco risorse pubbliche, la trasparenza non è un favore.
È un dovere.

Un progetto ricordato più per le polemiche che per i risultati

Il profilo reputazionale del DREST merita una riflessione altrettanto seria.
Negli ultimi anni il dottorato è finito ripetutamente al centro del dibattito pubblico.
Prima le contestazioni sulla governance, sui presunti conflitti d’interesse di Alberto Melloni e di FSCIRE e sui rapporti tra DREST, FSCIRE e fondi PNRR.
Poi il crescente numero di borse rimaste vacanti.
Infine il caso del candidato già condannato per reati di pedofilia ammesso alla procedura concorsuale che stava per vincere agevolmente il posto con borsa, salvo clamoroso e improvviso ripensamento delle commissioni, nel passaggio dalla valutazione titoli all’orale, episodio che ha arrecato un evidente danno d'immagine al progetto.
Nessuno attribuisce ad Alberto Melloni responsabilità altrui.
Ma resta un dato difficilmente contestabile.
Uno dei principali motivi per cui il DREST è diventato noto al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti non riguarda una scoperta scientifica, un progetto di ricerca innovativo o un successo internazionale.
Riguarda una serie di polemiche che hanno progressivamente oscurato l'immagine di eccellenza con cui il progetto era stato presentato.

Le domanda che resta

Per oltre vent'anni Alberto Melloni è stato, sotto il profilo organizzativo e gestionale, uno degli l’accademico più influente nel settore degli studi religiosi.
Nessuno lo mette in discussione.
Ma proprio per questo è inevitabile valutare il modello che ha contribuito a costruire.
Per anni l'attenzione si è concentrata sulla capacità di ottenere finanziamenti (sostanzialmente pubblici, anche con dirette, specifiche azioni politico-legislative in favore della FSCIRE), creare reti, coordinare progetti e occupare posizioni di rilievo.
È arrivato il momento di spostare l'attenzione su un altro criterio.
I risultati.
Perché il successo di un progetto finanziato con denaro pubblico non si misura dal numero delle conferenze organizzate, delle cariche ricoperte o delle reti costruite.
Si misura dalla qualità della ricerca prodotta.
Dalla capacità di attrarre i migliori candidati.
Dalla credibilità delle istituzioni coinvolte.
Dall'impatto scientifico generato.
E allora la domanda finale è inevitabile.
Dopo anni di finanziamenti straordinari, di centralità istituzionale e di ingenti risorse pubbliche, il DREST ha davvero prodotto risultati all'altezza delle aspettative che esso stesso aveva contribuito a creare?
Se questa domanda continua a rimanere senza una risposta convincente, il problema non sono le critiche.
Forse il problema è che una valutazione seria non è mai stata fatta.

Alle spalle del DREST: il sistema FSCIRE

FSCIRE non è un qualunque istituto di ricerca; è un “pensatoio” concepito da Dossetti con fini di natura ecclesiastica e politico-ecclesiastica, aggiornati dopo il concilio Vaticano II, affidato in successione, a titolo nei fatti vitalizio, ad Alberigo e Melloni. Ad oggi il mix di posizioni scientifiche, ecclesiologiche e politiche del secondo (inestricabile, stando alla miriade di articoli e interviste d’occasione, pamphplet, comparsate televisive) è divulgato su ogni mezzo di comunicazione e costituisce la posizione della scuola di Bologna, o meglio la personalizza e la oblitera: si sente nominare sempre più il protagonista e meno la scuola. Riguardo all’evoluzione di questo istituto un tempo appartato (o piuttosto i cui metodi erano guardati con sospetto e non accettati negli atenei italiani, Bologna in primis), abbiamo già rimandato all’asciutto libro di Paolo Prodi (Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi, il Mulino, 2016), che ne fu l’elemento scientificamente più autorevole e prestissimo se ne allontanò, lamentando il precoce abbandono delle basi piantate da Jedin e Cantimori in favore di una concentrazione autoreferenziale se non autobiografica sul Vaticano II e sulla sua custodia, di una militanza politico-ecclesiastica attraverso il lavoro scientifico. Non si tratta solo dei temi ricorrenti nelle ricerche (temi, qualità e natura stessa della ricerca ne sono determinati): Dossetti, Lercaro, don Milani, Giovanni XXIII, la riforma liturgica del Vaticano II, l'ecumenismo (secondo la visione di Enzo Bianchi), in contatto con vari ambienti dell’eredità “conciliare” critica e militante del mondo teologico. Il punto è che il resto (non poco) appare frutto di spunti da ciò nascenti: il lavoro storiografico (e di edizione di fonti, di lessici, di strumenti), rischia di rimanere una scienza applicata e strumentale. La ricerca termina quando quello che si intendeva accertare è considerato accertato (così l’edizione di decreti conciliari medievali o moderni serve a dimostrare la perennità dell’istituto conciliare nelle chiese, piuttosto che a fornire edizioni critiche complete alla maniera dei MHG, e non antologiche, come invece avviene: si veda il vol. II dei COGD, Basilea a parte). Se (abbiamo già scritto) tra i fini della FSCIRE rientra la promozione di una precisa “riforma della Chiesa attraverso il solo peso della ricerca” (il mantra interno), si prediligeranno ricerche rilevanti per la “causa”, per la “ditta”, ossia principalmente per la “gestione” dell’eredità del Vaticano II, rischiando di far coincidere gli assunti di partenza con i risultati. Dai tempi dell’”uscita” polemica del maggior storico che l’istituto abbia avuto, Paolo Prodi (e via via di quasi tutti gli altri, sino alla scomparsa di Alberigo nel 2007 e all’arrivo di Melloni), tale riserva da parte del mondo scientifico ricorre ciclicamente. Questo è centrale per il DREST. La sua scarsa attrattività (che è oggettiva nei numeri, agli occhi sia dei dipartimenti come dei migliori laureati interessati a intraprendere la via della ricerca – lo stesso vale per l’esito deludente della laurea magistrale attuata e abortita a Bologna) ha forse a che vedere (oltre che con situazioni pittoresche) con un giudizio sulla qualità scientifica complessiva, o meglio sulla capacità di gestione di una pluralità di voci che, lasciate esprimere, dovrebbero offrire un quadro complessivo di assoluta eccellenza scientifica? Da anni, la FSCIRE in salsa melloniana è efficiente, “industriale”, egemonica, ricca, ha contatti politici diretti e produttivi e gode della centralità pubblica e accademica della figura del suo direttore. Ma cosa è mutato sul piano scientifico e di gestione della ricerca rispetto alle anzidette riserve? è stata solo crescita per la crescita? bulimia? Dirigere un dottorato nazionale significa offrire un di più (altrimenti perché?) a nuclei esistenti, favorire la nascita di qualcosa di nuovo ad opera di altri, non controllare, che in questo ambiente è soffocare, disincentivare, demotivare, allontanare. Tanto maggiore delicatezza e attenzione per la libertà e pluralità si richiede se la macchina è di fatto in mano, in misura sproporzionata, a un moloch che si nutre di oltre 30 milioni di euro pubblici in 8 anni, certo una possibilità straordinaria inesistente nelle discipline umanistiche, ma anche un peso, fatto di denaro e potere, che, se dall’ottica del potere non si allontana, è una cappa di piombo e produce, nella fragilità finanziaria delle scienze storiche, ciò che vediamo. 

Prodest?

Prodest? Le criticità rimangono, secondo l’antica tradizione di FSCIRE, metodologico-scientifiche (lo si dice, sottovoce) e di gestione della pluralità (le silenziose reazioni sono note a tutti, anche in altri organismi). Ma la dirompenza degli effetti sull’insieme della ricerca storico-religiosa in Italia è recente e ha ad a che fare con un fenomeno abnorme, su cui il mondo accademico, pubblicamente, tace timoroso (dopo le nostre inchieste fervevano i colloqui anche notturni).
L’iperfinanziamento di FSCIRE deriva da un’idea (una delle tante) del 2014 attuata con successo insperato: con una procedura di cui non conosciamo atti, FSCIRE ottenne (unica in ambito umanistico) lo status di “Infrastruttura per la Ricerca" (ancora e sempre più il principale strumento finanziario del MUR), finendo nella tabella FOE (Fondo Ordinario per gli Enti e le Istituzioni di Ricerca FOE) del MUR. Ipso facto. Finita lì in quanto decretata IR o decretata IR in quanto vi finì? Allora Melloni non dissolse le tenebre: «Un mandato alla funzione infrastrutturale di Fscire è nelle attività e viene giudicato [nota: da chi?] nella tabella Miur di funzionamento degli istituti scientifici e organi esterni». «La funzione di Fscire deriva dalle cose fatte e che i Decreti ministeriali riconoscono come: la scuola, i servizi della biblioteca e della ricerca e le relazioni scientifiche internazionali come la Blue label Eu». Ipsis factis. O in quanto «io sono io», ove “io” è tanto FSCIRE agli occhi di una tradizione di cultura politica ed ecclesiastica quanto il suo direttore in quanto Alberto Melloni, in un intreccio che già in quegli anni creava tensioni interne. Non è noto un atto formale di riconoscimento come IR, ma solo l’inserimento nella tabella del FOE 2014 con i relativi 426.245 €. Fu l’occasione di uno scoop di Dagospia, che però non capì molto, limitandosi a “scoprire” la natura politica delle fortune FSCIRE: in quel caso che, tra i fondi FOE assegnati al CNR, quei primi timidi 426.245 € a FSCIRE erano stati proposti al senato da Linda Lanzillotta, moglie del membro del CDA FSCIRE on. Franco Bassanini e riconducendo tutto al sen. Luigi Zanda, al tempo capogruppo pd al senato e pure CDA. E giù a maramaldeggiare sul dettato delle motivazioni del provvedimento.
Di lì a poco la mente fervida che aveva concepito l’IR concepì e fece proporre e votare un sotto-emendamento alla finanziaria 2016 (la motivazione era quella che era… ma la finanziaria è legge dello stato, dura lex) che prevedeva un bando milionario (1 milione annuo per 5 anni) in un a favore delle IR (al plurale) per le scienze religiose, vinto. Vittoria “cornucopia” non solo prorogata dopo il 2020, ma moltiplicata negli effetti, in quanto, sulla base di essa, sono state aggiunte ben più ingenti risorse. Da quella tabella FOE 2014 e da quel bando 2016 sono discese decine di milioni. I rendiconti FSCIRE ex l. 124/2017 elencano dal 2018 i meri finanziamenti diretti pubblici (quindi escluse partecipate pubbliche, banche, fondazioni e soprattutto la concessione, ristrutturazione, manutenzione di immobili in favore di FSCIRE a carico di università statali, enti locali od altri – quindi fondi del contribuente, o del credente… –, e al netto degli stipendi pagati dalle rispettive università a Melloni e ai suoi allievi, che, certamente autorizzati, svolgono parte della propria attività a vantaggio di FSCIRE): i 2.378.087,56 € annui nel 2018, rimasti entro i 3 milioni annui fino 2021, si moltiplicano alla vigilia e al tempo del presente governo: 5.250.759,11 € nel 2022; 5.338.185,46 € nel 2023; 5.365.935,89 € nel 2024 (oltre 4,1 milioni il MUR); 4.481.777,64 € nel 2025. Negli 8 anni 2018-2025 (al netto di quanto sopra, ossia milioni in natura o da altri enti) 30.678.183,91 €: trenta milioni seicentosettantottomila centottantare euro e novantuno centesimi). Ciascuno fa benissimo a operare pro domo sua.
Spiccano nel 2025 gli spiccioli versati da atenei pubblici alla (ricca e privata) FSCIRE: 3.000 € dall’Università dell’Insubria e 9.600 € dall’Università di Udine per i “Quaderni di storia religiosa medievale”; è una vicenda esemplare che merita una riflessione, quella dei gloriosi “Quaderni” (il gioiello – delicato – di due generazioni di studiosi che hanno creato una stagione eccezionale per la storia della Chiesa medievale in Italia), ora di FSCIRE, ma che con FSCIRE e con sua la storia e i suoi filoni e metodi di ricerca nulla hanno a che vedere. I “Quaderni” costavano poco e vivevano benissimo (come tuttora). L’esempio, nel piccolo, tocca esattamente il nucleo della questione, nel momento in cui forniamo dati quantitativi, quale base non indeterminata per una riflessione urgente sul rapporto costi-benefici in un sistema di cui, piaccia o non piaccia, il DREST è parte non solo organica, ma anche operativamente e persino stilisticamente connotata. Di nuovo: prodest?

PER ULTERIORI APPROFONDIMENTI:

Inchiesta su FSCIRE
Dottorato DREST

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