domenica 20 giugno 2021

Storici e filologi: i Maestri. Giuseppe Giarrizzo (24/06/2021)

Il ciclo "Storici e filologi: i Maestri", ideato e coordinato da Armando Pepe e Daniele Santarelli, col patrocinio del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli", propone un itinerario tra i maestri delle scienze storiche e filologiche che hanno formato generazioni di studiosi in Italia e all'estero e sul cui magistero le giovani generazioni sono obbligate a riflettere per la loro crescita intellettuale e culturale. 

Il primo degli incontri, dedicato allo storico catanese Giuseppe Giarrizzo (1927-2015), si svolge giovedì 24 giugno alle ore 17:30, con gli interventi di Francesco Benigno e Lina Scalisi. Introduce Giulio Sodano.

Link diretto per registrarsi e assistere:

https://us02web.zoom.us/webinar/register/WN_TDApzHTiTZWr57V4sQCBxA

sabato 19 giugno 2021

Properzio, da Assisi a Roma: un itinerario poetico (22/06/2021)

Nell'ambito delle conferenze organizzate da Cantiere Storico Filologico e Stroncature, martedì 22 giugno alle ore 16:30 Paolo Fedeli tiene una lezione sul tema "Properzio, da Assisi a Roma: un itinerario poetico". Con Paolo Fedeli dialogano Claudio Buongiovanni e Arianna Sacerdoti.

Per maggiori informazioni collegarsi alla pagina:

https://stroncature.substack.com/p/properzio-da-assisi-a-roma-un-itinerario

Link diretto per registrarsi e assistere:

https://us02web.zoom.us/webinar/register/WN_-uWf9N0eTfm8WcgxohxXfw

Si segnala che l'evento sarà trasmesso anche in diretta Facebook alla pagina https://www.facebook.com/stroncature

venerdì 18 giugno 2021

Risorse in rete per la storia del territorio. La Campania nelle Digital & Public Humanities (22/06/2021)

Il termine parresìa (dal greco παρρησία, composto di πᾶς, "tutto", e ῥῆμα, "ciò che viene detto") indica la libertà di esprimere con tutta franchezza ciò che si ritiene vero, senza infingimenti e ipocrisie. Il progetto Parresia. Piattaforma digitale per le scienze umane e sociali consiste nella creazione e nello sviluppo di uno spazio on line di libera espressione e di trasparente confronto, valorizzando l'applicazione delle tecnologie digitali alle scienze umane e sociali e utilizzando in particolare il mezzo delle videoconferenze aperte al pubblico, nello spirito di abbattere la distanza fisica tanto quanto la chiusura intellettuale, favorendo così un funzionale e proficuo dialogo tra idee e punti di vista diversi.

Martedì 22 giugno, alle ore 11:00, Parresia inaugura le sue conferenze on line, ospitando il seminario "Risorse in rete per la storia del territorio. La Campania nelle Digital & Public Humanities". Armando Pepe discute con Pasquale Palmieri e Daniele Santarelli. Introduce Vittoria Fiorelli. Il seminario si inserisce nell'ambito delle attività del dottorato in Studi internazionali dell'Università L'Orientale di Napoli.

Link diretto per collegarsi e assistere alla conferenza su Zoom:

https://us02web.zoom.us/j/87575416130?pwd=WWVZWGRDQ1lGekhSWFlKN3d4bkttQT09

La conferenza sarà trasmessa, oltre che su Zoom, in diretta Facebook alla pagina: 

https://www.facebook.com/Parresia2021



domenica 13 giugno 2021

CSF e Stroncature presentano "L’inventore di libri. Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo" di Alessandro Marzo Magno (17/06/2021)

Giovedì 17 giugno 2021 alle ore 18:00 Cantiere Storico Filologico e Stroncature organizzano sulla piattaforma Zoom un dibattito sul volume di Alessandro Marzo Magno, L’inventore di libri. Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo (Laterza, Roma-Bari  2020). Con l’Autore dialogano Fabien Coletti e Marie Viallon. Modera Vincenzo Vozza.

Per maggiori informazioni collegarsi alla sezione "Palinsesto" del sito di Stroncature:
https://www.stroncature.com/event-directory

Come di consueto, l'evento sarà trasmesso anche in diretta Facebook sulla pagina di Stroncature (https://www.facebook.com/stroncature)



sabato 12 giugno 2021

Ida Irene Dalser e Benito Albino Mussolini, tra Piedimonte Matese e Napoli, alla ricerca di un porto sicuro

Ida Irene Dalser e Benito Mussolini si amarono e dalla loro relazione nacque un figlio, Benito Albino Mussolini. Ben presto il loro rapporto naufragò, Mussolini cercò di sbarazzarsi di lei e del figlio con ogni mezzo. La Dalser, denunciata come disfattista, durante la Prima Guerra Mondiale fu dal Governo italiano inviata a Piedimonte Matese, da dove si diresse a Napoli. Condusse con il piccolo  figlio una vita davvero grama. Andato al potere Mussolini, la sorte di Ida e del figlio fu ancora più triste in quanto entrambi, in anni diversi, morirono in manicomio.

Un articolo di Armando Pepe, pubblicato sul blog "La nostra storia", curato da Dino Messina per il "Corriere della sera", ricostruisce e riflette sulla vicenda, prendendo spunto dal volume del compianto giornalista Alfredo Pieroni, Il figlio segreto del Duce: la storia di Benito Albino Mussolini e di sua madre Ida Dalser, edito da Garzanti nel 2006. Per saperne di più collegarsi alla pagina:

https://lanostrastoria.corriere.it/2021/06/08/ida-irene-dalser-e-benito-albino-mussolini-tra-piedimonte-matese-e-napoli-alla-ricerca-di-un-porto-sicuro

sabato 5 giugno 2021

CSF e Stroncature presentano "Eugenio Cefis" di Paolo Morando (11/06/2021)

Venerdì 11 giugno 2021 alle ore 18:00 Cantiere Storico Filologico e Stroncature organizzano sulla piattaforma Zoom un dibattito sul volume di Paolo Morando, Eugenio Cefis. Una storia italiana di potere e misteri (Laterza, Roma-Bari 2021).

Con gli Autori dialogano Massimiliano Griner, Andrea Pomella, Elisabetta Sellaroli. Modera Armando Pepe. 

Per maggiori informazioni collegarsi alla sezione "Palinsesto" del sito di Stroncature:
https://www.stroncature.com/event-directory

Link diretto per registrarsi e assistere alla conferenza: 

Come di consueto, l'evento sarà trasmesso anche in diretta Facebook sulla pagina di Stroncature (https://www.facebook.com/stroncature)



venerdì 4 giugno 2021

Napoleone, il primo degli uomini moderni

Recensione a Luigi Mascilli Migliorini, L’ultima stanza di Napoleone. Memorie di Sant’Elena, Salerno, Roma 2021

di Armando Pepe

L’ultima stanza di Napoleone. Memorie di Sant’Elena di Luigi Mascilli Migliorini, pubblicato da Salerno Editrice nella collana «Mosaici» è un agile volume che si legge tutto d’un fiato e che spicca tra le moltissime e talvolta stancanti pubblicazioni dedicate all'arcistudiato «Imperatore dei francesi» in questo anno napoleonico. Questo perché il libro non è soltanto la biografia di Napoleone negli ultimi anni di vita, ma è anche altro: analisi psicologica finemente condotta, aneddotica ricavata da un’infinità di saggi storici e romanzi, componenti essenziali nella ricostruzione di un’identità complessa e affascinante, per cui vige il criterio dell’inesauribilità. Intorno alla vita di Napoleone si potrebbero raccogliere migliaia di libri, tanti da riempirne un’intera biblioteca; l’Autore, utilizzando un’abbondante crestomazia, è riuscito nell’intento di condensare il tanto nel poco, producendo un ritratto che, per brio e garbo narrativo, ricorda «Il generale nel suo labirinto», il romanzo che Gabriel García Márquez scrisse per raccontare il tramonto umano del generale Simón Bolivar, «El Libertador» del Sudamerica. Singolare destino quello di Napoleone che, nato in un’isola selvaggia, ha come palcoscenico esistenziale il Mediterraneo, l’Egitto e l’Europa intera, costretto a soggiornare sull’Isola d’Elba, morendo relegato a Sant’Elena, una piccola isola di 121,7 chilometri quadrati situata nell’Oceano Atlantico centromeridionale. L’accuratezza con cui Mascilli Migliorini descrive la flora isolana e l’attenzione al minimo dettaglio aiutano il lettore ad immergersi nell’atmosfera; sembra di sfogliare le pagine di un romanzo del narratore tedesco Winfried Georg Sebald, con il quale l’Autore ha in comune quella capacità di cogliere l’attimo. A bordo della nave inglese Northumberland, avvicinandosi a Sant’Elena, a Napoleone «parve di scorgerla. A prua, nella luce imprecisa della notte che stava scendendo gli sembrò di intuirne il profilo, di riconoscere infine “la piccola isola”. Aveva scritto così ai margini del vasto atlante geografico che aveva accolto i suoi sogni di adolescente, mille volte sfogliato, mille volte annotato mentre era un giovanissimo studente della scuola militare di Brienne, e sul quale, chissà mai perché, la sua penna era un giorno caduta su quel minuscolo, insignificante punto sperduto in mezzo all’Oceano» (p. 1). Era una predestinazione? Chissà. La proverbiale irrequietezza napoleonica, per la quale è stato definito «homme pressé», «quale ce lo dipinge lo scrittore francese Paul Morand, facendone l’icona di una novecentesca condanna alla velocità» (p. 11), non trovò requie nemmeno a Sant’Elena. «A più di duemila migli nautiche (quasi quattromila chilometri in misura terrestre) dal Brasile, a circa millequattrocento miglia dalla più vicina costa africana, l’isola di Sant’Elena poteva facilmente essere considerata “il posto più isolato, più irraggiungibile, più difficile da attaccare, il più povero, il più insocievole e il più caro del mondo”» (p. 20). Nonostante tutto, amarezze incomprensioni a parte, Napoleone continuò, con la consueta energia che sprizzava da tutti i pori, a vivere incessantemente, sempre pieno di progetti e propositi da attuare. Non più imperatore dei francesi, ma semplicemente «generale Bonaparte»  titolo usato quando gli si rivolgevano i prigionieri inglesi –, fu condotto a «Longwood, il luogo destinato a ospitarlo in maniera definitiva, ma al quale occorrevano ancora diverse settimane di lavoro per essere davvero pronto per abitarvi» (p. 26). I fili dei racconti, di cui è composto il libro, si riannodano offrendo uno sguardo parallelo, una prospettiva plurale, come se Napoleone stesse all’interno di un panopticon, un ideale carcere verdeggiante. Stando in mezzo ad una piccola corte, in cui c’era il fido maresciallo Bertrand, i giorni trascorrevano placidi eppur operosi; Napoleone accoglieva le novità « e dunque anche i disagi, della sua mutata condizione, con il gusto di chi vi ritrovava tracce perdute, sentieri smarriti del proprio passato» (p. 31), era talvolta anche giocoso, prestandosi favorevolmente a «scherzi fuor di luogo, come quando Betsy [un’adolescente inglese che aveva familiarità con Napoleone] gli aveva, a bella posta, fatto arrivare vicino Tom Pipes, il cane di casa, un magnifico terranova che era appena uscito dalla grande vasca del giardino e si era scrollato vigorosamente l’acqua di dosso, inzuppando l’Imperatore e, cosa ancor più grave, rendendo inservibili i fogli sui quali, come d’abitudine, egli stava prendendo note per le sue Memorie» (p. 31). L’Autore indugia, divertendosi – e fa bene anche per stemperare la tensione di una drammaticità preconizzata –, sul senso del paradosso, «il rovesciamento di senso e di proporzioni accettato, voluto da Napoleone nel suo travestirsi, nel suo mascherarsi, esibisce, così, la tragicità dell’accaduto senza adottare la grammatica del dramma bensì quella del grottesco. Il Napoleone, che ogni mattina costruiva il proprio monumento raccontando la campagna d’Italia, era lo stesso che più tardi, verso sera, passeggiava in compagnia di Gourgaud [un generale della sua piccola corte] per un prato dove pascolavano le mucche. “Una di queste, spaventatasi, improvvisamente gli si rivolse contro, au pas de charge, con le corna in avanti”. Napoleone batté in ritirata con destrezza e rapidità, saltando lestamente dall’altra parte di un muro che gli fece da bastione; bucolica Waterloo nella quale Napoleone scappa a gambe levate» (pp. 35-36). Selvaggia prigione, lontana dalla civiltà, dove non era possibile trovare un succedaneo della vita brillante e galante di stampo europeo se non nelle innumerevoli letture che Napoleone, lettore forte, anzi fortissimo, ardentemente desiderava. Si faceva arrivare casse e casse di libri, fino a mettere insieme una notevole biblioteca, cosa non facile, date le comunicazioni tra l’isola e la terraferma. Una passione, quella della lettura, che condivideva con Simón Bolivar. «I libri venivano disposti negli scaffali che già accoglievano i pochi volumi, circa seicento, che egli aveva portato con sé, rilegati con le insegne imperiali e provenienti dalla biblioteca di Trianon. Prendeva vita, dunque, la biblioteca di Sant’Elena, un insieme di volumi che avrebbero accompagnato le ore di Napoleone e dei suoi compagni, spesso restii a restituire i libri presi in prestito, con grande imbarazzo di Alì [un fedelissimo factotum]  e ira di Napoleone non appena si accorgeva di un testo mancante» (p. 71). Una biblioteca che si accrebbe nel corso degli anni e costituì un intensissimo motivo di svago, anche per sfuggire alle insidiose e sgradite premure degli inglesi, che intanto osservavano puntigliosamente ogni minima azione.  A rendere più stretto lo spazio della solitudine ci pensò il governatore di Sant’Elena sir Hudson Lowe, «gli si conoscevano poche amicizie, nessun legame familiare; molti pensavano, non a torto, a una sua omosessualità» (p. 61). Parecchie furono le angherie e le meschinità cui Napoleone fu sottoposto fino alla dipartita terrena, avvenuta il 5 maggio 1821, eternata da Alessandro Manzoni e imparata a memoria nelle scuole italiane. 

domenica 30 maggio 2021

Populismo e monarchia: il caso duo-siciliano

Recensione a Marco Meriggi, La nazione populista. Il Mezzogiorno e i Borboni dal 1848 all'Unità, Il Mulino, Bologna 2021

di Armando Pepe

Nasce da un’accurata ricerca archivistica il libro La nazione populista, recentissima fatica di Marco Meriggi, storico delle istituzioni politiche presso l’ateneo fridericiano. Pare singolare il fatto che molte migliaia di persone abbiano raccolto firme (e segni d’assenso dagli analfabeti) per privarsi delle garanzie costituzionali concesse nel 1848 da Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie. Eppure è successo. Quando la capacità propulsiva dell’energia rivoluzionaria stava per svanire, una mobilitazione popolare di imponente portata si sviluppò con forza al fine di privarsi volontariamente di un diritto acquisito. Un apparente controsenso che aveva una propria ragione, come vedremo in seguito. Preliminarmente l’Autore dichiara la provenienza delle fonti, da cui trae una solida documentazione, sceverata con estremo rigore interpretativo: «Conservati nell’archivio familiare, che Francesco II di Borbone, al momento di abbandonare nel 1860 il regno, portò con sé in esilio, e corredati dalle firme dei sottoscrittori, gli indirizzi anticostituzionali del 1849-1850, nelle loro varie versioni, riempiono oltre trenta fasci del Fondo Borbone» (p. 25). Il dato quantitativo (2283 indirizzi) fa comprendere al lettore la qualità della ricerca condotta nell’Archivio di Stato di Napoli. L’ondata anticostituzionale dilagò rapidamente per tutto il regno duo-siciliano e da ogni dove giunsero al re petizioni ad opera di alacri notabili locali. L’Autore delinea le condizioni sociali, facendo riemergere dalle carte personaggi dimenticati e tutto appare più chiaro e funzionale al discorso. In terra irpina si diede un gran daffare Giovanni Sbordone, «comandante, nel paese di Cervinara, di quel corpo di milizia civica che dal febbraio 1848 ha assunto in tutto il regno il nome di guardia nazionale, e che però sta invece cominciando ovunque a riprendere il nome tradizionale di guardia urbana, e, insieme ad esso, la pure tradizionale fama legittimista che ha accompagnato la sua storia prequarantottesca» (p. 46). In Abruzzo, precisamente nel distretto di Avezzano, s’incontra un altro fervente legittimista, Innocenzo Corbi, la cui intensa attività, talvolta parossistica, al pari di quella di Sbordone, dava fastidio alle autorità governative periferiche. Sbordone e Corbi, per usare un paradosso, sembravano più realisti del re; certamente, come ben mette in risalto Meriggi, il loro attivismo, non scaturendo da sincero slancio legalitario, aveva il fine ultimo di accreditarsi, agli occhi delle istituzioni, al fine di ottenere cospicue prebende. Ne risultò l’affermazione di una borghesia reazionaria che, evidentemente, entrava in contrasto con la parte più avanzata della società civile. «Sbordone e Corbi non erano stati dunque i soli a sollecitare dal basso le prese di posizione anticostituzionali, anche se le loro storie avevano suscitato più scalpore. Anche altrove, una miriade di altre figure s’era messa in moto con la medesima finalità, e, per quello che ci mostrano le fonti, senza che ciò comportasse la loro appartenenza alla medesima rete organizzativa, ma, piuttosto, in forza di un meccanismo di emulazione che varcava agevolmente i confini distrettuali e provinciali» (p. 63). I moventi delle petizioni rispondevano a diverse esigenze, convergendo tuttavia verso il medesimo scopo; era una militanza nata dal basso che marcava la saldatura tra il trono e il popolo, calpestando l’evoluto concetto di cittadinanza ed esautorando le facoltà dei corpi intermedi. Si creò una forma di populismo molto pericolosa, che esplose appena dopo l’unità d’Italia, negli anni della lotta al brigantaggio. Il clero, come sottolinea l’Autore, fu in prima linea, condividendo la stessa visione codina ed oscurantista. Addirittura molte furono portate personalmente al sovrano, mentre soggiornava presso la reggia di Caserta, cosa non facile da un punto di vista sia logistico sia burocratico, «nel regno, infatti, la libertà di circolazione era soggetta a limitazioni, e per varcare legalmente i confini tra una provincia e l’altra era necessario disporre di una carta di passaggio per l’interno, il cui ottenimento obbligava a sottoporsi a una fastidiosa trafila amministrativa» (p. 87).  Anche alcune donne firmarono le petizioni, «cercando di tirare qualche conclusione, venti donne tutt’al più» (p. 119). Nel lungo 1848 ci furono molte petizioni, non solo in senso reazionario, ma anche quelle reclamanti un minimo di apertura democratica, e più diritti, all’interno delle comunità locali; una petizione, stilata nel distretto di Avezzano, recava in calce anche la firma di Innocenzo Corbi, che, non potendo essere un doppelganger, è da considerarsi molto verosimilmente il medesimo promotore legittimista borbonico di pochi mesi dopo. Meriggi, oltre alle petizioni, affronta diversi argomenti, facendo in punto di diritto una disamina delle istituzioni comunali, del loro rapporto con le autorità centrali, ricordando le disperate condizioni in cui viveva il popolo, costretto nella miseria morale, «al momento dell’unificazione nazionale, dunque circa 10 anni più tardi, l’86% della popolazione meridionale di età superiore ai 15 anni è analfabeta. Lo sono l’89% dei lucani, l’88 % dei calabresi, l’82% dei campani» (p. 103). Notevole è la riflessione sulla sovranità e sulla figura del monarca borbonico che, sia pure considerato sacro e inviolabile, finanche taumaturgo, come ben pose in evidenza Marc Bloch, cercava di entrare in empatia col popolo, mantenendo in vita le strutture amministrative create e consolidate in età napoleonica, durante il decennio francese, ma avocando a sé ogni potere decisionale. È da notare però, come sottolinea Meriggi, che, nonostante le istanze piovute incessantemente sulla corte regia, la costituzione formalmente rimase in vita, sebbene non operante, anzi lasciata cadere nel dimenticatoio; nel corso del «rapido precipitare degli eventi nell’estate del 1860, Francesco II – da pochi mesi sul trono al posto del padre defunto  fu costretto a riattivare in tutta fretta la costituzione che Ferdinando II nove anni prima aveva congelato, ma non  – come sappiamo – ufficialmente abolito» (p. 252). Unica nota dolente è la mancanza di un indice dei nomi, ma l’Autore ci ripaga con il consueto garbo e l’eccellente chiarezza espositiva, soprattutto quando ironicamente osserva l’anaciclosi neo-borbonica.