Il sistema Melloni: molto potere, molti finanziamenti, pochi risultati? Il dottorato DREST come cartina di tornasole

I Dottorati di Interesse Nazionale (DIN) sono una peculiare istituzione del sistema universitario italiano. Istituiti sotto l'egida del Ministero dell'Università e della Ricerca, riuniscono numerosi atenei in un unico programma di dottorato interuniversitario, finalizzato a promuovere la ricerca e la formazione dottorale in ambiti disciplinari considerati di interesse strategico per il Paese.
C'è un Dottorato di Interesse Nazionale che, negli ultimi anni, è diventato uno dei principali punti di riferimento nel settore degli studi religiosi in Italia.
Un progetto sostenuto da ingenti risorse pubbliche, presentato come un'eccellenza nazionale e collocato al centro di un articolato sistema accademico costruito attorno alla Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna (FSCIRE) e alla figura di Alberto Melloni, ordinario di Storia del Cristianesimo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, che ne è segretario generale dal 2007.
Si tratta del DREST (Dottorato di Interesse Nazionale in Studi Religiosi), con sede amministrativa presso l’ateneo di Melloni che ne è coordinatore nazionale; la FSCIRE vi svolge un ruolo scientifico e organizzativo di primo piano.
L'uscita del bando del 42° ciclo offre oggi l'occasione per porre una domanda che, finora, è rimasta sullo sfondo.
Dopo anni di finanziamenti pubblici, di centralità istituzionale e di grande visibilità accademica, il DREST ha prodotto risultati proporzionati alle risorse di cui ha beneficiato?
È una domanda che riguarda il DREST, ma che finisce per investire l'intero "sistema Melloni". Perché il DREST non è un progetto qualsiasi: è una delle sue espressioni più compiute, il banco di prova di un modello di governo delle scienze religiose che da quasi vent'anni concentra risorse, reti accademiche e responsabilità istituzionali attorno agli stessi soggetti. Se quel modello funziona, dovrebbe essere proprio il DREST a dimostrarlo. Se invece emergono criticità strutturali, è inevitabile interrogarsi non soltanto sul dottorato, ma sul sistema che lo ha concepito, promosso e governato.

Un progetto nato in grande...

Quando il DREST fu avviato con il 38° ciclo (2022), furono bandite ben 56 borse di dottorato, anche grazie ai finanziamenti PNRR.
L'ambizione era evidente: creare il punto di riferimento nazionale per gli studi religiosi.
Già dal primo ciclo, tuttavia, emerse un elemento che avrebbe accompagnato il progetto negli anni successivi: un numero significativo di borse rimase senza assegnazione. Per il 38° ciclo furono pubblicati addirittura due bandi, a breve distanza l'uno dall'altro. Il primo metteva a concorso 43 borse, il secondo ulteriori 13. Eppure, i dottorandi iscritti al 38° ciclo risultano essere soltanto 35. Ciò significa che 21 borse, pari al 37,5% di quelle bandite, non hanno dato luogo a un dottorando attivo, perché rimaste vacanti oppure oggetto di rinuncia.
Particolarmente clamoroso fu il caso del bando ITSERR, finanziato integralmente con fondi PNRR: delle 13 borse messe a concorso, la quasi totalità rimase senza assegnazione.
Nel 39° ciclo furono bandite 41 borse, ma i dottorandi attivi risultano essere soltanto 30. In altri termini, 11 borse non hanno dato luogo a un dottorando attivo, pari al 26,8% di quelle bandite.
Dal 40° ciclo (2024) il numero delle borse è stato ridotto a 30, cioè al minimo richiesto per mantenere lo status di Dottorato di Interesse Nazionale. Anche in questo caso, tuttavia, il dato più significativo rimane il rapporto tra borse bandite e dottorandi effettivamente iscritti e attivi. Quelli del 40° ciclo sono soltanto 19. Ciò significa che 11 borse, pari al 36,7% del totale, non hanno dato luogo a un dottorando attivo.
Nel 41° ciclo (2025) le borse bandite erano ancora 30, mentre i dottorandi attivi risultano essere soltanto 13, meno della metà delle borse originariamente messe a concorso. In questo caso le borse che non hanno dato luogo a un dottorando attivo sono 17, pari addirittura al 56,7% del totale.
Se ora anche il 42° ciclo dovesse confermare questa tendenza, non si potrebbe più parlare di una difficoltà occasionale. Si dovrebbe piuttosto prendere atto dell'esistenza di un problema strutturale.

Un dottorato nazionale... sempre meno nazionale?

C'è poi un altro dato che merita attenzione.
Nel 42° ciclo, delle 30 borse bandite, 18 sono finanziate dall'Università di Modena e Reggio Emilia, sede amministrativa del DREST.
A queste si aggiungono 3 borse finanziate da FSCIRE/Alta Scuola Europea di Scienze Religiose "G. Alberigo".
In altre parole, 21 borse su 30, pari al 70% del totale, fanno capo alla sede amministrativa e al principale partner scientifico del progetto.
Soltanto 9 borse sono ripartite tra gli altri partner: 3 sono finanziate dall'Università di Palermo, 2 dall'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" e una ciascuna da altri quattro atenei partecipanti.
Si tratta di una configurazione non riscontrabile in altri Dottorati di Interesse Nazionale.
Nel DIN in Peace Studies, coordinato dalla Sapienza, per il 42° ciclo sono bandite 34 borse, ma l'ateneo capofila ne finanzia soltanto 4.
Nel DIN in Studi Europei, coordinato dall'Università di Genova, le borse bandite per il 42° ciclo sono 34 e l'università sede amministrativa ne finanzia 6.
In quei casi il finanziamento risulta effettivamente distribuito tra gli atenei partner.
Nel DREST, invece, il peso della sede amministrativa e del suo principale partner scientifico (ove numerosi dottorandi anche non finanziati da FSCIRE svolgono i tirocini obbligatori previsti dalle borse finanziate dal PNRR) appare progressivamente sempre più rilevante.
Si tratta, naturalmente, di una scelta organizzativa legittima. Resta però una scelta che merita di essere discussa, poiché un Dottorato di Interesse Nazionale dovrebbe, almeno in linea di principio, riflettere un impegno ampiamente condiviso tra le istituzioni che ne fanno parte.

Le borse bandite e quelle realmente assegnate

Ci sono anche altri aspetti sui quali sarebbe auspicabile una piena trasparenza.
Per mantenere lo status di DIN è necessario bandire annualmente almeno 30 borse.
Il requisito riguarda il numero delle borse messe a bando.
Non quello delle borse effettivamente assegnate.
Nel DREST, però, ormai da anni, strutturalmente, il numero delle borse attribuite è molto inferiore a quello delle borse finanziate e pubblicate nel bando ed anzi il trend è in peggioramento.
Oltretutto la quasi totalità delle borse è vincolata a progetti di ricerca estremamente specifici, spesso già definiti nel dettaglio dall'ente finanziatore. In altri DIN, invece, prevalgono borse senza vincolo di progetto o su tematiche più ampie, capaci di attrarre una platea più vasta di candidati e di valorizzarne maggiormente l'autonomia progettuale. Un'eccessiva frammentazione delle borse in profili altamente specialistici restringe il bacino dei potenziali concorrenti e aumenta il rischio che una parte significativa delle borse rimanga priva di assegnazione.
Tutto questo pone domande inevitabili.
Perché continuare a programmare 30 borse se, nei fatti, una quota così rilevante rimane sistematicamente vacante?
Qual è la destinazione delle risorse corrispondenti alle borse non assegnate?
Le somme vengono riallocate?
Restano nella disponibilità degli enti finanziatori?
Contribuiscono al finanziamento dei cicli successivi?
Su questi aspetti è auspicabile una rendicontazione pubblica chiara e facilmente accessibile.
Del resto, non è la prima volta che il sistema Melloni/FSCIRE suscita interrogativi sulla gestione e sulla destinazione di risorse pubbliche. Si pensi alle polemiche relative al finanziamento governativo di circa 400.000 euro destinato a una mostra, inizialmente presentato come frutto di un bando competitivo e poi emerso, secondo la ricostruzione giornalistica, come assegnazione diretta della Presidenza del Consiglio. Al di là delle valutazioni su quella specifica vicenda, essa dimostra come, quando sono in gioco fondi pubblici, la richiesta di piena trasparenza non costituisca un attacco personale, ma un principio elementare di buona amministrazione.
Quando sono in gioco risorse pubbliche, la trasparenza non è un favore.
È un dovere.

Un progetto ricordato più per le polemiche che per i risultati

Il profilo reputazionale del DREST merita una riflessione altrettanto seria.
Negli ultimi anni il dottorato è finito ripetutamente al centro del dibattito pubblico.
Prima le contestazioni sulla governance, sui presunti conflitti d’interesse di Alberto Melloni e di FSCIRE e sui rapporti tra DREST, FSCIRE e fondi PNRR.
Poi il crescente numero di borse rimaste vacanti.
Infine il caso del candidato già condannato per reati di pedofilia ammesso alla procedura concorsuale che stava per vincere agevolmente il posto con borsa, salvo clamoroso e improvviso ripensamento delle commissioni, nel passaggio dalla valutazione titoli all’orale, episodio che ha arrecato un evidente danno d'immagine al progetto.
Nessuno attribuisce ad Alberto Melloni responsabilità altrui.
Ma resta un dato difficilmente contestabile.
Uno dei principali motivi per cui il DREST è diventato noto al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti non riguarda una scoperta scientifica, un progetto di ricerca innovativo o un successo internazionale.
Riguarda una serie di polemiche che hanno progressivamente oscurato l'immagine di eccellenza con cui il progetto era stato presentato.

Le domanda che resta

Per oltre vent'anni Alberto Melloni è stato, sotto il profilo organizzativo e gestionale, l’accademico più influente nel settore degli studi religiosi.
Nessuno lo mette in discussione.
Ma proprio per questo è inevitabile valutare il modello che ha contribuito a costruire.
Per anni l'attenzione si è concentrata sulla capacità di ottenere finanziamenti (sostanzialmente pubblici, anche con dirette, specifiche azioni politico-legislative in favore della FSCIRE), creare reti, coordinare progetti e occupare posizioni di rilievo.
È arrivato il momento di spostare l'attenzione su un altro criterio.
I risultati.
Perché il successo di un progetto finanziato con denaro pubblico non si misura dal numero delle conferenze organizzate, delle cariche ricoperte o delle reti costruite.
Si misura dalla qualità della ricerca prodotta.
Dalla capacità di attrarre i migliori candidati.
Dalla credibilità delle istituzioni coinvolte.
Dall'impatto scientifico generato.
E allora la domanda finale è inevitabile.
Dopo anni di finanziamenti straordinari, di centralità istituzionale e di ingenti risorse pubbliche, il DREST, così come le altre iniziative espressione del sistema Melloni/FSCIRE, hanno davvero prodotto risultati all'altezza delle aspettative che avevano contribuito a creare?
Se questa domanda continua a rimanere senza una risposta convincente, il problema non sono le critiche.
Forse il problema è che una valutazione seria non è mai stata fatta.

Alle spalle del DREST: il sistema FSCIRE

FSCIRE non è un qualunque istituto di ricerca; è un “pensatoio” concepito da Dossetti con fini di natura ecclesiastica e politico-ecclesiastica, aggiornati dopo il concilio Vaticano II, affidato in successione, a titolo nei fatti vitalizio, ad Alberigo e Melloni. Ad oggi il mix di posizioni scientifiche, ecclesiologiche e politiche del secondo (inestricabile, stando alla miriade di articoli e interviste d’occasione, pamphplet, comparsate televisive) è divulgato su ogni mezzo di comunicazione e costituisce la posizione della scuola di Bologna, o meglio la personalizza e la oblitera: si sente nominare sempre più il protagonista e meno la scuola. Riguardo all’evoluzione di questo istituto un tempo appartato (o piuttosto i cui metodi erano guardati con sospetto e non accettati negli atenei italiani, Bologna in primis), abbiamo già rimandato all’asciutto libro di Paolo Prodi (Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi, il Mulino, 2016), che ne fu l’elemento scientificamente più autorevole e prestissimo se ne allontanò, lamentando il precoce abbandono delle basi piantate da Jedin e Cantimori in favore di una concentrazione autoreferenziale se non autobiografica sul Vaticano II e sulla sua custodia, di una militanza politico-ecclesiastica attraverso il lavoro scientifico. Non si tratta solo dei temi ricorrenti nelle ricerche (temi, qualità e natura stessa della ricerca ne sono determinati): Dossetti, Lercaro, don Milani, Giovanni XXIII, la riforma liturgica del Vaticano II, l'ecumenismo (secondo la visione di Enzo Bianchi), in contatto con vari ambienti dell’eredità “conciliare” critica e militante del mondo teologico. Il punto è che il resto (non poco) appare frutto di spunti da ciò nascenti: il lavoro storiografico (e di edizione di fonti, di lessici, di strumenti), rischia di rimanere una scienza applicata e strumentale. La ricerca termina quando quello che si intendeva accertare è considerato accertato (così l’edizione di decreti conciliari medievali o moderni serve a dimostrare la perennità dell’istituto conciliare nelle chiese, piuttosto che a fornire edizioni critiche complete alla maniera dei MHG, e non antologiche, come invece avviene: si veda il vol. II dei COGD, Basilea a parte). Se (abbiamo già scritto) tra i fini della FSCIRE rientra la promozione di una precisa “riforma della Chiesa attraverso il solo peso della ricerca” (il mantra interno), si prediligeranno ricerche rilevanti per la “causa”, per la “ditta”, ossia principalmente per la “gestione” dell’eredità del Vaticano II, rischiando di far coincidere gli assunti di partenza con i risultati. Dai tempi dell’”uscita” polemica del maggior storico che l’istituto abbia avuto, Paolo Prodi (e via via di quasi tutti gli altri, sino alla scomparsa di Alberigo nel 2007 e all’arrivo di Melloni), tale riserva da parte del mondo scientifico ricorre ciclicamente. Questo è centrale per il DREST. La sua scarsa attrattività (che è oggettiva nei numeri, agli occhi sia dei dipartimenti come dei migliori laureati interessati a intraprendere la via della ricerca – lo stesso vale per l’esito deludente della laurea magistrale attuata e abortita a Bologna) ha forse a che vedere (oltre che con situazioni pittoresche) con un giudizio sulla qualità scientifica complessiva, o meglio sulla capacità di gestione di una pluralità di voci che, lasciate esprimere, dovrebbero offrire un quadro complessivo di assoluta eccellenza scientifica? Da anni, la FSCIRE in salsa melloniana è efficiente, “industriale”, egemonica, ricca, ha contatti politici diretti e produttivi e gode della centralità pubblica e accademica della figura del suo direttore. Ma cosa è mutato sul piano scientifico e di gestione della ricerca rispetto alle anzidette riserve? è stata solo crescita per la crescita? bulimia? Dirigere un dottorato nazionale significa offrire un di più (altrimenti perché?) a nuclei esistenti, favorire la nascita di qualcosa di nuovo ad opera di altri, non controllare, che in questo ambiente è soffocare, disincentivare, demotivare, allontanare. Tanto maggiore delicatezza e attenzione per la libertà e pluralità si richiede se la macchina è di fatto in mano, in misura sproporzionata, a un moloch che si nutre di oltre 30 milioni di euro pubblici in 8 anni, certo una possibilità straordinaria inesistente nelle discipline umanistiche, ma anche un peso, fatto di denaro e potere, che, se dall’ottica del potere non si allontana, è una cappa di piombo e produce, nella fragilità finanziaria delle scienze storiche, ciò che vediamo. 

Prodest?

Prodest? Le criticità rimangono, secondo l’antica tradizione di FSCIRE, metodologico-scientifiche (lo si dice, sottovoce) e di gestione della pluralità (le silenziose reazioni sono note a tutti, anche in altri organismi). Ma la dirompenza degli effetti sull’insieme della ricerca storico-religiosa in Italia è recente e ha ad a che fare con un fenomeno abnorme, su cui il mondo accademico, pubblicamente, tace timoroso (dopo le nostre inchieste fervevano i colloqui anche notturni).
L’iperfinanziamento di FSCIRE deriva da un’idea (una delle tante) del 2014 attuata con successo insperato: con una procedura di cui non conosciamo atti, FSCIRE ottenne (unica in ambito umanistico) lo status di “Infrastruttura per la Ricerca" (ancora e sempre più il principale strumento finanziario del MUR), finendo nella tabella FOE (Fondo Ordinario per gli Enti e le Istituzioni di Ricerca FOE) del MUR. Ipso facto. Finita lì in quanto decretata IR o decretata IR in quanto vi finì? Allora Melloni non dissolse le tenebre: «Un mandato alla funzione infrastrutturale di Fscire è nelle attività e viene giudicato [nota: da chi?] nella tabella Miur di funzionamento degli istituti scientifici e organi esterni». «La funzione di Fscire deriva dalle cose fatte e che i Decreti ministeriali riconoscono come: la scuola, i servizi della biblioteca e della ricerca e le relazioni scientifiche internazionali come la Blue label Eu». Ipsis factis. O in quanto «io sono io», ove “io” è tanto FSCIRE agli occhi di una tradizione di cultura politica ed ecclesiastica quanto il suo direttore in quanto Alberto Melloni, in un intreccio che già in quegli anni creava tensioni interne. Non è noto un atto formale di riconoscimento come IR, ma solo l’inserimento nella tabella del FOE 2014 con i relativi 426.245 €. Fu l’occasione di uno scoop di Dagospia, che però non capì molto, limitandosi a “scoprire” la natura politica delle fortune FSCIRE: in quel caso che, tra i fondi FOE assegnati al CNR, quei primi timidi 426.245 € a FSCIRE erano stati proposti al Senato da Linda Lanzillotta, moglie del membro del CDA FSCIRE on. Franco Bassanini e riconducendo tutto al sen. Luigi Zanda, al tempo capogruppo PD al Senato e pure membro del CDA FSCIRE. E giù a maramaldeggiare sul dettato delle motivazioni del provvedimento.
Di lì a poco la mente fervida che aveva concepito l’IR concepì e fece proporre e votare un sotto-emendamento alla finanziaria 2016 (la motivazione era quella che era… ma la finanziaria è legge dello stato, dura lex) che prevedeva un bando milionario (1 milione annuo per 5 anni) in un a favore delle IR (al plurale) per le scienze religiose, vinto. Vittoria “cornucopia” non solo prorogata dopo il 2020, ma moltiplicata negli effetti, in quanto, sulla base di essa, sono state aggiunte ben più ingenti risorse. Da quella tabella FOE 2014 e da quel bando 2016 sono discese decine di milioni. I rendiconti FSCIRE ex l. 124/2017 elencano dal 2018 i meri finanziamenti diretti pubblici (quindi escluse partecipate pubbliche, banche, fondazioni e soprattutto la concessione, ristrutturazione, manutenzione di immobili in favore di FSCIRE a carico di università statali, enti locali od altri – quindi fondi del contribuente, o del credente… –, e al netto degli stipendi pagati dalle rispettive università a Melloni e ai suoi allievi, che, certamente autorizzati, svolgono parte della propria attività a vantaggio di FSCIRE): i 2.378.087,56 € annui nel 2018, rimasti entro i 3 milioni annui fino 2021, si moltiplicano alla vigilia e al tempo del presente governo: 5.250.759,11 € nel 2022; 5.338.185,46 € nel 2023; 5.365.935,89 € nel 2024 (oltre 4,1 milioni il MUR); 4.481.777,64 € nel 2025. Negli 8 anni 2018-2025 (al netto di quanto sopra, ossia milioni in natura o da altri enti) 30.678.183,91 €: trenta milioni seicentosettantottomila centottantare euro e novantuno centesimi). Ciascuno fa benissimo a operare pro domo sua.
Spiccano nel 2025 gli spiccioli versati da atenei pubblici alla (ricca e privata) FSCIRE: 3.000 € dall’Università dell’Insubria e 9.600 € dall’Università di Udine per i “Quaderni di storia religiosa medievale”; è una vicenda esemplare che merita una riflessione, quella dei gloriosi “Quaderni” (il gioiello – delicato – di due generazioni di studiosi che hanno creato una stagione eccezionale per la storia della Chiesa medievale in Italia), ora di FSCIRE, ma che con FSCIRE e con sua la storia e i suoi filoni e metodi di ricerca nulla hanno a che vedere. I “Quaderni” costavano poco e vivevano benissimo (come tuttora). L’esempio, nel piccolo, tocca esattamente il nucleo della questione, nel momento in cui forniamo dati quantitativi, quale base non indeterminata per una riflessione urgente sul rapporto costi-benefici in un sistema di cui, piaccia o non piaccia, il DREST è parte non solo organica, ma anche operativamente e persino stilisticamente connotata. Di nuovo: prodest?

PER ULTERIORI APPROFONDIMENTI:

Inchiesta su FSCIRE
Dottorato DREST

Le guerre d'Italia - Parte II, 1516-1559 (14/07/2026)

Martedì 14 luglio 2026 alle ore 18:00 Parresia, piattaforma digitale dell'Associazione CLORI e del suo network Cantiere Storico Filologico, nell'ambito di una mini serie sulle guerre d'Italia, trasmette una live dedicata al periodo dal 1516 al 1559.

Luca Al Sabbagh dialoga con Alessandro Lo Bartolo.

LINK DIRETTO ALLA LIVE: https://www.youtube.com/live/LvmHcY2mBg0

Regular Republics, Authorial Monarchies

On Antonella Barzazi, Repubbliche regolari. Ordini religiosi, cultura, politica nell’Italia moderna, Padova University Press, Padova 2025

Repubbliche regolari brings together four studies devoted to figures and contexts of the Italian regular clergy between the sixteenth and eighteenth centuries, preceded by an extensive introduction in which Antonella Barzazi revisits some of the major historiographical developments concerning religious orders in the early modern period. The author explicitly presents the volume as a composite work, resulting from the re-elaboration of research conducted at different stages of her scholarly career and brought together under the category of “regular republics.” This choice constitutes one of the book’s most interesting and, at the same time, most problematic features. While the individual contributions display the documentary solidity that has long characterized Barzazi’s scholarship, the question remains whether they genuinely converge within a coherent interpretative framework. The volume therefore invites reflection not so much on the value of the individual essays as on the capacity of the category proposed in the title to transform independently conceived studies into a unified account of the political and cultural organization of religious orders in early modern Italy.

Three of the four chapters derive from studies previously published elsewhere and subsequently reworked, while the essay devoted to Girolamo Vielmi develops a line of inquiry that the author has cultivated for some time, as evidenced by her entry on Vielmi in the Dizionario Biografico degli Italiani (2020). The explicitly composite nature of the volume is not in itself a limitation; it does, however, make the presence of a strong interpretative framework all the more necessary if chronologically and thematically heterogeneous case studies are to be brought into meaningful dialogue. It is precisely on this level that some of the book’s most significant historiographical questions emerge.

Barzazi herself acknowledges this point (p. 18): “Le pagine che seguono non hanno l’ambizione di contribuire a una discussione che meriterebbe ben altro spazio. Intendono piuttosto proporre alcuni spunti di riflessione a margine di vicende e figure di una Chiesa regolare saldamente radicata al di qua delle Alpi, in un orizzonte lontano dagli stimoli di società multiconfessionali e di quotidiani contatti con differenti culture, ma condizionato dall’intreccio tra centralismo pontificio, contiguità con la corte romana, logiche politiche degli Stati. I quattro capitoli, che raccolgono contributi di ricerca redatti in momenti diversi di un itinerario intorno agli ordini religiosi iniziato molti anni fa e diramatosi in varie direzioni, costituiscono degli affondi su una serie di passaggi politici e culturali cruciali che marcarono l’ultima fase di capillare presenza della rete conventuale e monastica negli spazi della penisola, tra la crisi religiosa del Cinquecento e l’impatto, due secoli più tardi, con l’Illuminismo”. (“The pages that follow do not aspire to contribute to a debate that would require far more space. Rather, they aim to offer a number of reflections on events and figures belonging to a regular Church firmly rooted on this side of the Alps, in a setting far removed from the stimuli of multiconfessional societies and from everyday encounters with different cultures, yet shaped by the interplay of papal centralization, proximity to the Roman court, and the political logics of the states. The four chapters, which collect research contributions written at different moments within a scholarly itinerary on religious orders begun many years ago and developed in various directions, focus on a series of crucial political and cultural turning points that marked the final phase of the dense conventual and monastic network throughout the Italian peninsula, from the religious crisis of the sixteenth century to the encounter with the Enlightenment two centuries later.”).

Yet some reservations arise from the introduction’s definition of the Italian regular Church as a reality “firmly rooted on this side of the Alps,” operating within a horizon relatively distant from the stimuli of multiconfessional societies and from daily encounters with different cultures. Although this is a declared interpretative choice—one that tends to identify the governance of religious orders with the orders themselves—it risks producing an image of the regular world that is excessively compact and centripetal. Documentation produced by the orders themselves, inquisitorial records, and recent scholarship on early modern networks point instead to a far more mobile and permeable reality: friars and monks engaged in constant movement, libraries nourished by international circuits of book circulation, epistolary exchanges crossing political and confessional boundaries, and a continuous exposure to the cultural and religious tensions of the age. Rather than institutions defined exclusively by their relationship with Rome and the states of the peninsula, religious orders often appear as spaces of mediation, traversed by influences, exchanges, and conflicts that significantly complicate their institutional profile.

Repubbliche regolari, monarchie autoriali

A proposito del volume di Antonella Barzazi, Repubbliche regolari. Ordini religiosi, cultura, politica nell’Italia moderna, Padova University Press, Padova 2025

Repubbliche regolari raccoglie quattro contributi dedicati a figure e contesti della Chiesa regolare italiana tra Cinque e Settecento, preceduti da un'ampia introduzione nella quale Antonella Barzazi ripercorre alcuni snodi della storiografia sugli ordini religiosi nell'età moderna. L'autrice dichiara esplicitamente la natura composita del volume, nato dalla rielaborazione di ricerche sviluppate in momenti diversi del proprio percorso scientifico e qui riunite sotto la categoria delle "repubbliche regolari". Proprio questa scelta costituisce uno degli aspetti più interessanti e, al tempo stesso, più problematici del libro. Se infatti i singoli contributi mostrano la consueta solidità documentaria che caratterizza la produzione dell'autrice, resta aperta la questione della loro effettiva convergenza entro un quadro interpretativo unitario. Il volume invita dunque a interrogarsi non tanto sul valore dei singoli studi, quanto sulla capacità della categoria proposta nel titolo di trasformare materiali nati autonomamente in una riflessione coerente sulle forme di organizzazione politica e culturale degli ordini religiosi nell'Italia moderna.

Dei quattro capitoli, tre derivano da contributi già pubblicati in sedi differenti e successivamente rielaborati, mentre il saggio dedicato a Girolamo Vielmi si inserisce in una linea di ricerca già coltivata dall'autrice, come testimonia anche la voce pubblicata nel Dizionario Biografico degli Italiani nel 2020. La natura dichiaratamente composita del volume non costituisce di per sé un limite; tuttavia rende ancora più importante la presenza di una forte cornice interpretativa capace di collegare casi di studio cronologicamente e tematicamente eterogenei. È precisamente su questo terreno che emergono alcune delle principali questioni storiografiche poste dal libro.

Certo, lo scrive anche l’Autrice (p. 18): “Le pagine che seguono non hanno l’ambizione di contribuire a una discussione che meriterebbe ben altro spazio. Intendono piuttosto proporre alcuni spunti di riflessione a margine di vicende e figure di una Chiesa regolare saldamente radicata al di qua delle Alpi, in un orizzonte lontano dagli stimoli di società multiconfessionali e di quotidiani contatti con differenti culture, ma condizionato dall’intreccio tra centralismo pontificio, contiguità con la corte romana, logiche politiche degli Stati. I quattro capitoli, che raccolgono contributi di ricerca redatti in momenti diversi di un itinerario intorno agli ordini religiosi iniziato molti anni fa e diramatosi in varie direzioni, costituiscono degli affondi su una serie di passaggi politici e culturali cruciali che marcarono l’ultima fase di capillare presenza della rete conventuale e monastica negli spazi della penisola, tra la crisi religiosa del Cinquecento e l’impatto, due secoli più tardi, con l’Illuminismo”.

Tuttavia, emergono alcune perplessità dalla definizione della Chiesa regolare italiana proposta nell’introduzione come realtà “saldamente radicata al di qua delle Alpi”, operante in un orizzonte relativamente distante dagli stimoli delle società multiconfessionali e dai contatti quotidiani con culture differenti. Pur trattandosi di una scelta prospettica dichiarata (l’Autrice identifica e sovrappone il governo degli ordini agli ordini stessi), essa rischia di restituire un'immagine eccessivamente compatta e centripeta del mondo regolare. La documentazione prodotta dagli stessi ordini religiosi, così come le fonti inquisitoriali e la più recente storiografia sulle reti della prima età moderna, mostrano infatti una realtà assai più mobile e permeabile: frati e monaci coinvolti in continui spostamenti, biblioteche alimentate da circuiti librari internazionali, relazioni epistolari che attraversavano confini politici e confessionali, oltre a una costante esposizione alle tensioni culturali e religiose del tempo. Più che organismi definiti esclusivamente dal rapporto con Roma e con gli Stati della penisola, gli ordini religiosi appaiono spesso come spazi di mediazione, attraversati da influenze, scambi e conflitti che ne complicano sensibilmente il profilo istituzionale.

Against Over-Interpretation, Once More: Multiconfessional Europe between Historiographical Construction and Historical Evidence

This piece further develops some of the methodological concerns raised in Against Over-Interpretation: When a Single Source Becomes a System, applying them to a recent historiographical essay on early modern multiconfessionalism.

In the first issue of Studi Storici for 2023, Elena Bonora published the article Quale Controriforma? Roma e l'Europa multiconfessionale (What Counter-Reformation? Rome and Multiconfessional Europe), a historiographical essay examining recent international scholarship on early modern multiconfessionalism and its implications for the study of the Counter-Reformation. The article also provides the historiographical framework later developed in the edited volume The Roman Church and Multiconfessional Europe in the Early Modern Period (Rome: Viella, 2026), where many of the same themes are explored through archival case studies. Drawing upon a substantial body of primarily Anglo-American and German scholarship, Bonora argues that the traditional paradigm of confessionalization has largely been superseded by a new understanding of early modern Europe as a fluid, multiconfessional space characterized by overlapping jurisdictions, negotiated coexistence, and shifting confessional boundaries.

The article offers a broad overview of recent historiographical trends. At the same time, however, it raises a number of methodological questions concerning the relationship between interpretative paradigms, the nature of archival evidence, and the extent to which local case studies may legitimately support broader historical generalizations.

Carlo Ginzburg after Carlo Ginzburg: Reassessing a Master


In our recent tribute to Carlo Ginzburg, we emphasized the originality of his scholarship and the decisive role he played in reshaping historical studies during the second half of the twentieth century and beyond. For that very reason, it is worth recalling an aspect that is often overlooked in commemorative accounts: many of his most celebrated interpretations have since been subjected to substantial criticism and revision. This is the destiny of every great historian. Works that open new paths inevitably become the object of critical scrutiny by both contemporaries and later generations. If this were not so, historical scholarship would cease to be critical inquiry and become little more than hagiography.

In the days following the publication of our obituary, Carlo Ginzburg (1939–2026): Between Innovation and Controversy, we were particularly pleased to receive a message from Franco Cardini. For the benefit of our international readers, we reproduce below an English translation of his tribute:

With the passing of Carlo Ginzburg, the international scholarly community loses a mind of the highest originality, one of the leading voices in historical studies over the past sixty years, as well as a free and rigorous spirit, deeply committed to original research and always willing to engage, without prejudice yet with courageous critical judgment, with ideas emerging from an admirably broad range of scholarly fields. He was also a citizen who never hesitated to speak with authority wherever culture and civic life intersected. His works are destined to retain their authority and relevance for many years to come, while I benandanti, Il formaggio e i vermi, and Storia notturna are already regarded as classics of historical and anthropological scholarship. His lesson on the "evidential paradigm" remains fundamental.

Cardini's appreciation is particularly meaningful in light of the well-known public disagreement that opposed the two historians during the 2007 controversy surrounding Ariel Toaff's Pasque di sangue. On that occasion, Cardini openly challenged Ginzburg's criticism of Toaff and, more broadly, questioned aspects of Ginzburg's historical method.
We could hardly agree more with Cardini's overall assessment. Ginzburg's influence on modern historiography is beyond question, and his books profoundly transformed the way historians approached popular culture, heresy, witchcraft, and historical evidence.
Precisely because of that influence, however, it is worth recalling another aspect of his legacy—one that is often overlooked in commemorative accounts. Virtually all of his best-known interpretations were later subjected to extensive criticism and substantial revision. This is not a contradiction, but rather the normal destiny of historians who truly change a discipline. Their works become unavoidable reference points not only for admiration but also for debate, correction, and reassessment.
In Ginzburg's case, however, the phenomenon is particularly striking.

Le Rivoluzioni inglesi: Parte II, 1659-1701 (03/07/2026)

Venerdì 3 luglio 2026 alle ore 18:00 Parresia, piattaforma digitale dell'Associazione CLORI e del suo network Cantiere Storico Filologico, dedica la seconda puntata del mini-ciclo di live sulle Rivoluzioni Inglesi (1628-1689), al periodo che va dalla caduta di Cromwell alla Glorious Revolution.

Luca Al Sabbagh dialoga con Elia Morelli

LINK DIRETTO ALLA LIVE: https://www.youtube.com/live/Fxwr63h2VfM

Quando il denaro pubblico non serve più l'interesse pubblico: il caso degli studentati finanziati dal PNRR a Caserta e in provincia

N.B. Quella che segue è la versione italiana di un intervento già pubblicato sul presente blog in lingua inglese con il titolo When Public Money Stops Serving the Public: The Controversy Surrounding PNRR-Funded Student Residences in the Caserta Area. La versione originale è disponibile all'indirizzo: https://www.cantierestoricofilologico.it/2026/06/when-public-money-stops-serving-public.html

La controversa vicenda degli studentati finanziati dal PNRR a Caserta e in provincia merita un'attenzione (inter)nazionale.

I dati emersi dalle inchieste della stampa locale sono impressionanti. Secondo quanto riportato, oltre 32 milioni di euro di fondi PNRR sono stati destinati a progetti di studentati nella provincia di Caserta. Eppure, le tariffe pubblicizzate risultano particolarmente elevate: 722,50 euro al mese per una camera singola e 528 euro per un posto letto in doppia a Caserta, sede di uno dei principali poli dell'Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli", mentre ad Aversa i canoni oscillerebbero tra 410 e 595 euro mensili. Si tratta di importi che superano non solo il prezzo medio di mercato di una stanza singola in Campania (circa 423 euro al mese), ma persino la media degli altri studentati finanziati dal PNRR presenti nella regione. Per molti studenti ciò significherebbe una spesa per il solo alloggio superiore agli 8.000 euro l'anno, senza considerare tasse universitarie, libri, trasporti e costi ordinari di mantenimento.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: la collocazione geografica delle strutture. Diversi studentati non sorgono infatti in prossimità delle principali sedi didattiche dell'Ateneo vanvitelliano, ma sono distribuiti in differenti comuni della provincia. Gli studenti che frequentano le varie sedi dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli", in particolare quelle di Caserta e Aversa, potrebbero quindi dover sostenere ulteriori costi e tempi di spostamento, oltre a canoni già particolarmente elevati. Un programma nato per rendere più accessibile l'istruzione universitaria rischia così di trasformarsi in un doppio svantaggio: alloggi costosi e, in alcuni casi, neppure facilmente raggiungibili dalle sedi universitarie cui dovrebbero servire.

Se quanto riportato dalla stampa fosse confermato, emergerebbe un paradosso difficilmente ignorabile. Risorse pubbliche destinate ad ampliare l'accesso all'istruzione universitaria finirebbero per sostenere alloggi economicamente fuori dalla portata di molti degli stessi studenti che il programma di finanziamento avrebbe dovuto favorire.

La vicenda, del resto, non può più essere considerata una semplice polemica locale. Ha ricevuto ampia copertura da parte della stampa del territorio, suscitando un crescente interesse dell'opinione pubblica, ed è approdata anche in Parlamento, dove sono state annunciate interrogazioni sulla sostenibilità economica di questi studentati e sull'impiego delle risorse pubbliche. Quando un'inchiesta giornalistica arriva fino all'attenzione del Parlamento, difficilmente può essere liquidata come una controversia marginale.

La domanda di fondo è semplice: qual è la reale finalità degli studentati finanziati con denaro pubblico? Massimizzare il rendimento economico di investimenti sostenuti da fondi pubblici oppure garantire agli studenti alloggi realmente accessibili? Sono due obiettivi che non sempre coincidono, e le politiche pubbliche dovrebbero chiarire senza ambiguità quale dei due abbia la priorità.

Il dibattito assume un rilievo ancora maggiore perché queste strutture sono state realizzate grazie a consistenti finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), alimentato da risorse pubbliche europee e giustificato in nome dell'interesse generale. È quindi legittimo domandarsi se tali fondi stiano realmente perseguendo la loro missione sociale.

Da qui discende inevitabilmente un'altra domanda. Qual è la posizione dei vertici dell'Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli"? Gli studenti dell'Ateneo, in particolare quelli che studiano nell'area casertana, dovrebbero essere i principali beneficiari di un sistema di residenze universitarie sostenuto con risorse pubbliche. Se proprio questi studenti non possono realisticamente permettersi di viverci, significa che qualcosa, nel funzionamento del sistema, non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati.

Il momento rende la questione ancora più significativa. Il 29 e 30 giugno l'Università sarà chiamata a eleggere il nuovo Rettore. Il diritto allo studio, l'accessibilità degli alloggi e il corretto impiego delle risorse pubbliche dovrebbero rappresentare temi centrali nel dibattito sul futuro dell'Ateneo. Sarebbe quindi auspicabile che i candidati e gli organi di governo dell'Università esprimessero una chiara posizione su una questione che riguarda direttamente gli studenti e l'immagine stessa dell'istituzione.

In definitiva, questo caso va ben oltre i confini della provincia di Caserta. Solleva interrogativi più ampi sulla trasparenza, sulla responsabilità nell'utilizzo delle risorse pubbliche e sull'effettiva capacità dei progetti finanziati con fondi europei di conseguire gli obiettivi per i quali sono stati concepiti. Un progetto pubblico non dovrebbe essere valutato soltanto per l'entità dei finanziamenti ricevuti, ma soprattutto per la sua capacità di produrre benefici concreti per i destinatari. Se gli studentati finanziati con denaro pubblico diventano inaccessibili agli studenti comuni, viene meno una delle finalità fondamentali del progetto.

L'opinione pubblica — e soprattutto gli studenti nel cui interesse questi investimenti sono stati giustificati — meritano risposte chiare.

PER APPROFONDIRE

Chora MediaIl lusso in una stanza. Dalle tende agli studentati (per ricchi) del PNRR (SEIETRENTA XL)
https://www.youtube.com/watch?v=KoQLBsZh-gQ

CasertaNewsIl business degli studentati: oltre 32 milioni del PNRR a 12 società. Spesa da 722 euro al mese per una singola
https://www.casertanews.it/attualita/business-alloggi-studenti-societa-pnrr-milioni-euro-tariffe-caserta.html

Edizione CasertaAffitti record negli studentati finanziati dal PNRR: il caso arriva in Parlamento
https://edizionecaserta.net/2026/06/25/affitti-record-negli-studentati-finanziati-dal-pnrr-il-caso-arriva-in-parlamento

CasertaFocusStudentati a 5 stelle: 722 euro al mese per un posto letto a Caserta
https://www.casertafocus.net/home/index.php?option=com_content&view=article&id=76855:universita-studentati-a-5-stelle-722-euro-al-mese-per-un-posto-letto-a-caserta

When Public Money Stops Serving the Public: The Controversy Surrounding PNRR-Funded Student Residences in the Caserta Area

The controversy surrounding PNRR-funded student residences in the Caserta area deserves (inter)national attention.

The figures emerging from local media reports are striking. More than €32 million in PNRR funding has reportedly been allocated to projects involving student residences in the province of Caserta. Yet the advertised prices appear remarkably high: €722.50 per month for a single room and €528 for a bed in a shared room in Caserta, home to one of the largest campuses of the University of Campania "Luigi Vanvitelli", while in Aversa prices reportedly range from €410 to €595 per month. These amounts are said to exceed not only the average market rent for a single room in Campania (around €423 per month) but even the average prices charged by other PNRR-funded student residences across the region. For many students, accommodation alone would therefore cost well over €8,000 per year, before accounting for tuition fees, books, transport and everyday living expenses.

The geographical dimension is equally important. Several of these residences are not located immediately adjacent to the University's principal teaching facilities but are spread across different municipalities in the province. Students attending the various campuses of the University of Campania "Luigi Vanvitelli"—particularly those in Caserta and Aversa—may therefore face additional commuting time and transport costs on top of already substantial rents. A programme originally conceived to make higher education more accessible thus risks creating a double burden: accommodation that is both expensive and, in some cases, not even within easy walking distance of the academic buildings it is intended to serve.

If these reports are accurate, a troubling paradox emerges. Public funds intended to widen access to higher education may instead be subsidising accommodation that is financially out of reach for many of the very students the programme was designed to support.

This is no longer merely a local controversy. The story has received extensive coverage in the local press, reflecting growing public concern, and it has now reached the Italian Parliament, where questions have reportedly been raised about the affordability of these residences and the use of public resources. When an issue progresses from newspaper investigations to parliamentary scrutiny, it can no longer be dismissed as an isolated complaint.

The central question is straightforward: what is the real purpose of publicly financed student housing? Is it to maximise private returns on publicly subsidised investments, or to guarantee genuinely affordable accommodation for students? Public policy should leave little doubt as to which objective takes precedence.

This debate is particularly important because these residences have benefited from substantial investment under the National Recovery and Resilience Plan (PNRR), financed through European public funds and justified in the name of the public interest. Citizens are therefore entitled to ask whether these resources are actually fulfilling their intended social mission.

Another question inevitably follows. What do the leadership of the University of Campania "Luigi Vanvitelli" think about this situation? The University's own students—especially those studying in the Caserta area—should be among the principal beneficiaries of publicly supported student accommodation. If they cannot realistically afford to live in these residences, something has clearly gone wrong.

The timing makes the silence even more striking. On 29–30 June, the University will elect its next Rector. Student welfare, housing accessibility and the responsible use of public resources ought to be central themes in any discussion about the institution's future. One would therefore expect the candidates and the University's governing bodies to express a clear position on an issue that directly affects their own students and the University's public reputation.

Ultimately, this case goes well beyond Caserta. It raises broader questions about transparency, accountability and the effective use of public money. Public programmes should ultimately be judged not only by the amount of funding they receive, but by whether they actually achieve the public objectives for which they were created. If publicly funded student residences become inaccessible to ordinary students, then one of the programme's fundamental purposes has been undermined.

The public—and above all the students whose interests these investments were supposed to protect—deserve clear answers.

FURTHER READING AND MEDIA COVERAGE:

Carlo Ginzburg (1939–2026): Between Innovation and Controversy

The death of Carlo Ginzburg on 17 June 2026 marks the disappearance of one of the most influential and widely discussed historians of the last half-century. Few scholars of early modern Europe have enjoyed comparable international visibility, and even fewer have generated such extensive debate across the fields of history, anthropology, literary studies, and cultural studies.

Born in Turin on 15 April 1939, Ginzburg was the son of the anti-fascist intellectual Leone Ginzburg and the writer Natalia Ginzburg. He studied at the Scuola Normale Superiore in Pisa, where he came under the influence of Delio Cantimori, one of the most important Italian historians of heresy and religious dissent. After teaching at the University of Bologna, he moved to the United States, holding the Chair of Italian Renaissance History at the University of California, Los Angeles (UCLA) from 1988 to 2006. He later returned to Pisa, where he taught History of European Cultures at the Scuola Normale Superiore and was subsequently appointed Professor Emeritus.

Ginzburg’s research focused primarily on the cultural and religious history of early modern Europe, particularly the sixteenth and seventeenth centuries. His work explored the beliefs, mentalities, and intellectual horizons of ordinary people, often through the close examination of inquisitorial records and judicial archives. In doing so, he helped establish an approach that sought to recover the voices of individuals who had traditionally remained on the margins of historical narratives.

His name became closely associated with Microhistory, one of the most innovative historiographical currents to emerge in post-war Italy. Although the label never fully captured the complexity of his scholarship, works such as Il formaggio e i vermi (The Cheese and the Worms, 1976) became emblematic of a method that used a single individual or small community to illuminate broader cultural processes. The book, centred on the Friulian miller Menocchio and his trial before the Roman Inquisition, achieved extraordinary international success and remains one of the most widely read works of historical scholarship ever written by an Italian historian.

Yet Ginzburg’s career was also marked by controversy. His interpretative boldness, admired by many readers, attracted criticism from numerous specialists. Several historians argued that some of his reconstructions relied excessively on conjecture and analogical reasoning, occasionally stretching the available evidence beyond what the sources could securely sustain. Discussing Ginzburg’s influential studies on the Friulian Benandanti, Giovanni Romeo observed that a certain degree of “forcing” of the documentation was evident. Likewise, Dominick LaCapra famously remarked that The Cheese and the Worms appeared to reveal less the worldview of a sixteenth-century miller than that of a twentieth-century historian.

Similar criticisms resurfaced in later scholarly debates. During the controversy surrounding Ariel Toaff’s Pasque di Sangue (Bloody Passovers, 2007), Ginzburg emerged as one of the book’s strongest critics. In response, medieval historian Franco Cardini questioned whether some of the methodological shortcomings identified by Ginzburg in Toaff’s work might also be found in aspects of Ginzburg’s own scholarship, particularly in his use of the so-called “evidential paradigm” (paradigma indiziario).

Beyond his publications, Ginzburg played an important role in promoting access to archival sources. In 1979 he addressed a public appeal to Pope John Paul II advocating the opening of the archives of the former Holy Office to scholars. Although the request initially went unanswered, the eventual opening of the archives in 1998 was widely regarded as part of a broader process to which Ginzburg had contributed.

His public interventions occasionally extended beyond academic history. Particularly notable was his defence of his longtime friend Adriano Sofri. In Il giudice e lo storico (The Judge and the Historian, 1991), Ginzburg examined the judicial proceedings against Sofri and drew provocative parallels between modern legal practices and the procedures employed during early modern witchcraft trials. The book generated considerable debate and demonstrated how closely Ginzburg linked historical inquiry to contemporary public concerns.

Whether one views his work as a model of historical imagination or as an example of interpretative overreach, there can be little doubt about its impact. Carlo Ginzburg transformed the study of popular culture, religious dissent, witchcraft, and inquisitorial repression. He inspired generations of historians to look beyond official narratives and to search for meaning in fragmentary traces, marginal voices, and seemingly insignificant details. His books will continue to be read, discussed, admired, and criticized—perhaps the clearest sign of a lasting scholarly legacy.

For further reading in our Ereticopedia: readers may consult the entry specifically devoted to Carlo Ginzburg, as well as on Menocchio, Benandanti, NicodemismRoman Inquisition, Delio Cantimori, Adriano Prosperi, Ariel Toaff, and related topics concerning heresy, religious dissent, and inquisitorial practices in early modern Europe.