sabato 20 luglio 2019

Come le foglie

di Francesca Favaro

Il carnet de recherche «Studiosus» (https://studiosus.hypotheses.org
propone, nel mese di luglio 2019, un nuovo saggio, Come le foglie. Dedicato ai significati assunti, in letteratura, dal tema delle foglie – emblemi della condizione umana – variamente fiorenti e sfiorenti, sui rami, il saggio considera alcune declinazioni ed esempi di questo (peraltro diffusissimo) topos, a partire dall’omerica Iliade sino alla contemporaneità, rappresentata da un racconto di Mauro Corona.

Per leggere il saggio collegarsi alla pagina: 
https://studiosus.hypotheses.org/360

domenica 14 luglio 2019

sabato 13 luglio 2019

«I prati, i pascoli e la pastorizia del Matese», un prezioso libro (ritrovato) di Luigi Marsella

di Armando Pepe

Girovagare per il Matese e postare foto su Instagram e Facebook non moltiplica le nostre conoscenze se non si leggono i libri di chi ci ha preceduto. Chi il Matese lo ha studiato per davvero è stato il professor Luigi Marsella, direttore della Scuola Agraria di Piedimonte agli inizi del Novecento. Da agronomo con lo sguardo acuto e di profonda dottrina il professor Marsella scrisse un prezioso libretto, letto e annotato anche da Don Giacomo Vitale. La piccola ma validissima opera s’intitola «I prati, i pascoli e la pastorizia del Matese», e fu edita nel 1914 a Piedimonte presso lo stabilimento tipografico di Gabriele Bastone. Rileggiamolo insieme, cercando di cogliere le differenze tra ciò che il Matese era ai suoi tempi e come invece si presenta oggi.

Il Gruppo del Matese

«Comprende un’estensione di circa 90 mila ettari. La costituzione geologica è quasi tutta calcarea. Affiorano rocce dolomitiche nei fianchi delle alture che guardano S. Potito Sannitico, Piedimonte d’Alife, Ailano, Pietraroia, Capriati a Volturno. La neve resta sulle alture maggiori fino a giugno e a luglio. La più alta vetta è quella di Monte Miletto. Le cime più alte, oltre il Miletto, sono la Gallinola, il Mutria, la Serra del Monaco, il Pastonico (Marsella, pp. 5-6)».

Boschi

«I boschi esistenti sono quasi tutti cedui, tenuti per lo più a turno quindicennale, e in piccola parte sono d’alto fusto, senza però alcuno assestamento o turno razionale di tagli. Sono certamente gli ultimi rimasugli delle antichissime boscaglie che una volta imperavano nella regione. Vecchi ancora viventi ricordano boschi di colossali querce e faggi su larghissime estensioni di monti, ora brulle e spelate. Resta ancora a nord dell’altipiano, dov’è il lago del Matese, a circa 1060 metri di altitudine, una traccia di bosco d’alto fusto, ultrasecolare, dei duchi di Laurenzana, detta la Fascia, formata da faggi, alcuni decrepiti, con circonferenza perfino di 5 metri e dell’altezza di metri 28. Sotto di essi vegetano e fruttificano mirabilmente fragole e lamponi, che nei mesi da giugno ad agosto forniscono ai montanari una raccolta lucrosa, che viene esportata, e consumata, fino a Napoli. Da qualche anno si sono impiantati due vivai per il rimboschimento, uno presso la Regia Scuola Agraria di Piedimonte d’Alife e l’altro nel comune di Castello d’Alife. (Marsella, pp. 7-8)».

Prati

«La superficie a prato naturale nella regione del Matese si può calcolare in circa ettari 1800, di cui la maggior parte si trova nelle adiacenze del lago, da metri 1008 a 1020 di altezza e il resto negli altipiani minori. Non tutte le superfici prative si falciano, ma molte si fanno pascolare dai grossi quadrupedi, bovini, cavalli e bufali. Nelle zone più vicine ai declivi dei monti, a suolo breccioso, il fieno è scadente. Nelle parti umide e palustri, in vicinanza del lago, il fieno è tiglioso, poco buono. Nelle parti intermedie, che sono poi di gran lunga le più estese, il fieno è nutritivo, morbido, aromatico e considerato da tutti superiore al buon fieno di pianura. È indicatissimo pei cavalli ( Marsella, p. 11)».

Lago del Matese

«Il lago del Matese occupa quasi la parte centrale della grande ellisse, formata dall’altipiano omonimo, ed è situato in essa più verso sud che verso nord. D’estate è diviso in due parti, dette lago Pertusillo e lago Majore, che d’inverno si riuniscono. Oltre che dalle acque di displuvio dei monti circostanti, il lago è alimentato da sorgenti, che sgorgano nella sua sede e da altre, che vengono dal piano e dalle falde montuose adiacenti, come la Fontana Spina, la Fontana Fredda, S. Maria, ecc. L’acqua non è stagnante, ma in gran parte si rinnova, perché viene smaltita da due inghiottitoi naturali, detti le Breccie, in corrispondenza del monte Majo, e lo Scennerato, in corrispondenza del passo detto Prete Morto [l’attuale Miralago]. L’acqua assorbita dalle Breccie e dallo Scennerato si disperde nelle viscere del massiccio del Matese e si crede che contribuisca ad alimentare la grossa e pittoresca sorgente del Torano presso Piedimonte d’Alife, a 800 metri al disotto del lago. La superficie del lago è nella stagione invernale di circa ettari 500 e d’estate si riduce a circa ettari 150. In moltissimi punti vi sono delle superfici circolari di vegetazione palustre con in mezzo una sorgente di acqua; questi circoli si chiamano localmente ciotti e sono insidiosi per chi vuol camminarvi sopra, potendovi rimanere facilmente impigliato. Per traversare il lago e pescarvi si usano certi sandali, detti lontri, capaci di portare non più di due persone. Nelle adiacenze del lago e sul lago stesso vive una straordinaria quantità di rane, le quali vengono in parte prese e vendute nella buona stagione. L’unico pesce che vive in quelle acque è la tinca (Tinca Vulgaris Cuvier), la cui pesca è antichissima. Il lago del Matese è meta desiderata di molti cacciatori, i quali vi si recano per dar la caccia specialmente agli uccelli acquatici. I cacciatori usano attendere d’inverno per ore e ore e talvolta per giornate intere, la preda, chiusi in certi casotti, detti cappose, vicini alle sorgenti d’acqua. Gli uccelli acquatici, che stazionano sempre sul lago e che vi nidificano, sono: la folaga, l’anitra selvatica ed affini; d’estate vi si trovano il pieditorto comune, il tuffetto e il gabbiano; da febbraio a marzo ci passano la marzaiola, l’anatrella, il beccaccino, il frullino e gli starnotti. La cacciagione negli ultimi anni si è ridotta ai minimi termini. (Marsella, pp. 18-23)».

Pascoli

«I pascoli del Matese, dall’altitudine di 300 metri fino alle più alte vette, occupano nell’insieme un’estensione di circa ettari 42 mila. I pascoli vicino ai recinti, dove pernottano gli animali e nei quali, per eccesso di materia organica, domina la inutile flora ammoniacale, si possono trasformare nel seguente modo: si lavora il terreno e si concima con concimi minerali, vi si seminano le patate nel primo anno e nel secondo la segala, sulla quale si farà in primavera la semina di buone erbe da foraggio, specialmente di leguminose perenni. Si costituirà così un ottimo prato artificiale, dove prima non cresceva alcuna utile pianta, ma ortiche ecc. (Marsella, p. 24- 26)».

Bestiami   

«Passano l’estate al pascolo sui monti del Matese circa 450 equini (tra cavalli, muli e pochi asini), 1800 bovini, 270 bufali, 70 mila pecore e 18 mila capre. Questi animali provengono dai comuni stessi del Matese, da quelli delle sottostanti regioni campana e molisana e in parte, circa 5000 pecore, dalla Puglia (Marsella, p. 29)».

Equini

«Sono animali di razza comune, di taglia mezzana o piccola, ma forti, rustici e adatti alla vita brada. Il gruppo più importante, di circa 60 capi, è quello del Cav. Luigi Imperadore (di Piedimonte d’Alife), che li mantiene d’estate sull’altipiano vicino al lago. Vi sono circa 200 equini sull’altipiano principale, 30 sul monte Monaco, 20 sulle montagne dell’Airola e gruppi minori sugli altri pascoli (Marsella, pp. 29- 30)».

Bovini

«Appartengono in gran parte alla varietà di montagna della razza pugliese. Hanno statura piuttosto piccola e tozza, altezza al garrese in media di metri 1, 40, manto grigio, un po’ bassi davanti, pelle e peli ruvidi, corna, unghie e zoccoli grossi e forti, attitudine lattifera mediocre, sono rusticissimi e tenuti per lo più bradi. Insieme a questi bovini di montagna vi sono d’estate vacche e giovenche della varietà di pianura, che i contadini delle vallate del Volturno, del Biferno e del Calore mandano a monticare sulle alture per irrobustirle e per risparmiare foraggio. I bovini si trovano in monticazione così diffusi: 600 sull’altipiano principale, 400 sui monti di Gioia Sannitica, 300 sui monti di S. Potito, 200 attorno al monte Mutria, 70 sui monti di Letino, Gallo e Valle Agricola, 50 sul monte Stufo, e il resto un po’ dappertutto sparsi in piccoli branchi da 20 a 40 capi negli altri monti. (Marsella, pp. 30- 33)».

Bufali

«Passano l’estate sull’altipiano principale del Matese, nella distesa ad est del lago, circa 270 bufali tra grossi e piccoli, appartenenti al Cav. Luigi Imperadore e soci. Questi animali sono di una rusticità straordinaria e danno valore col latte e colle carni a foraggi scadenti e che in gran parte si perderebbero: passano le ore calde del giorno nei guazzi e negli specchi d’acqua vicino al lago. Da ogni bufala si ricavano ogni giorno da 3 a 4 litri di latte e siccome il periodo della mungitura dura almeno 6 mesi, così ogni bufala dà in media litri  600 di latte all’anno, da cui si ricavano kg. 120 di mozzarella, 6 kg. di burro e 10 kg. di ricotta. Il liquido residuo serve ad alimentare i cani da guardia e un certo numero di maiali, che segue sempre l’allevamento bufalino. Alla custodia delle bufale attendono dei guardiani detti bufalari, che le guidano e le radunano quasi sempre a cavallo, armati di lunghe pertiche terminanti a pungolo. Dormono su miseri giacigli, vivono malamente, hanno un compenso di lire 650 annue complessive. I bufali che estivano sul Matese provengono dalla pianura di Alife, dove passano i mesi da novembre a maggio. Questa estivazione non è di data recente, ma rimonta a diversi secoli. (Marsella, pp. 33- 36)».

Pecore

Sono in massima parte della razza gentile di Puglia, detta localmente spagnola, che deriva dagli accoppiamenti delle antiche pecore appenniniche con le merinos importate dalla Spagna dai Borboni di Napoli, in minima parte sono di razza locale, in alcuni comuni della provincia di Benevento ve ne sono anche di razza leccese. Sul Matese si trova un numero esiguo di pecore di fronte alla grande estensione dei pascoli, per cui esse starebbero benissimo in carne se non vi fossero le malattie e più spesso la mancanza di acqua. Mi assicura persona degna di fede che solo i proprietari di San Gregorio ne avevano, tempo fa, 20 mila. Il compenso che si dà ai pastori consiste in 600 lire all’anno tra denaro, pane, ricotta, sale, olio. I luoghi principali dove stazionano le pecore sono: Morcone (oltre 10 mila capi), Pietraroia (6 mila capi), Boiano (6 mila capi), Monte Mutria (6 mila capi), Gallo e Letino (5 mila capi), Esule (3 mila capi, di proprietà dei signori Pedone, di Manfredonia), Campo dell’Arco (2 mila capi, di proprietà dell’Onorevole Zaccagnino, di San Nicandro Garganico), San Potito (2 mila capi), Gioia Sannitica (2000 capi). (Marsella, pp. 36- 42)».

Capre

«Le capre si trovano più numerose nei comuni di Cusano Mutri (1338 capi), Gioia Sannitica (1245 capi), Faicchio (1147 capi), Morcone (1038 capi). (Marsella, p. 44)».
Considerazioni generali sulla pastorizia
«I comuni non dovrebbero inconsultamente aumentare le tasse di pascolo, poiché così, senza avvedersene, combattono gli allevamenti e distruggono una fonte di ricchezza per tutti. Sul Matese i ricoveri per gli animali scarseggiano enormemente, anzi quasi non esistono. Dovrebbero costruirsi dei ricoveri adatti ed economici. In moltissimi punti del Matese, anzi per circa 3/5 della superficie, la permanenza dei bestiami è contrariata dalla mancanza di acqua da bere. Il bestiame che non può dissetarsi mangia poco, dimagrisce, soffre il supplizio di Tantalo, cioè è costretto a digiunare in mezzo all’abbondanza. (Marsella, pp. 45- 49)».

Bibliografia
  • Luigi Marsella, I prati, i pascoli e la pastorizia del Matese Piedimonte d'Alife, Stab. Tip. G. Bastone 1914.
  • Federico Paolini, Breve storia dell'ambiente nel Novecento, Roma, Carocci 2009.
  • Armando Pepe, San Gregorio Matese dall'età liberale al fascismo  (1912-1926), Macerata, Edizioni Simple 2015.
Ringraziamenti

Si ringrazia il dottor Fabio Brandi, bibliotecario dell’Associazione Storica del Medio Volturno, per la squisita cortesia.

sabato 6 luglio 2019

Una presunta congiura antiborbonica in Piedimonte Matese nel 1848

Pietro Romagnoli
di Armando Pepe

Nel 1848, quando l’Europa era sconvolta dalle Rivoluzioni, anche a Piedimonte una denuncia anonima diede adito ad un’indagine nei confronti di tre facoltosi borghesi al di sopra di ogni sospetto. I funzionari borbonici, temendo che potessero avverarsi circostanze incresciose, attivarono prontamente la macchina burocratica dell’occhiuto regime. Il 22 agosto 1844 dal commissariato di Polizia in Caserta fu inviato uno scarno rapporto al signor intendente [paragonabile all’attuale prefetto] di Terra di Lavoro.

Signore,
Mi è pervenuto per la Posta un esposto anonimo che indica una congiura che si va macchinando in Piedimonte d’Alife. È cosa di non piccolo interesse, come Ella ben vede. Porterebbe non lieve danno alla pubblica tranquillità, pertanto io mi affretto a trasmettergliela. Creda pure di farne quello che stima in sua saggezza.

L’intendente, secondo la prassi, informò il ministero dell’Interno in Napoli, da cui il 24 agosto pervenne un’argomentata e puntigliosa replica:

Ministero dell’Interno e Real Segreteria di Stato
Riservata al solo Intendente della Provincia di Terra di Lavoro (Caserta)
Signor Intendente,
Sebbene persuaso che le cose dedotte nel foglio rimessole da cotesto Commissariato di Polizia abbiano chiamata la sua attenzione, e che perciò sia già intenta a conoscere se sussista la congiura che vuolsi ordita in Piedimonte, credo non pertanto opportuno interessarla a spedir sopraluogo un Funzionario, qualora il credesse convenevole, e ciò nel fine di meglio chiarire la verità, e prendere altresì accurate informazioni sul conto di Don Antonio Onoratelli, Don Luigi Pertusio, e degli altri di cui è parola nel foglio medesimo. Rimango in attenzione dei suoi riscontri in obbietto.
Pel Ministro Segretario di Stato dello Interno
Il Direttore del V Ripartimento
G. Montemarco

Per li rami, procedendo per via gerarchica, il 26 agosto il ministro dell’Interno dispose perentoriamente: «Si faccia un’indagine in Piedimonte». A stretto giro di tempo, un paio di giorni dopo, precisamente il 28 agosto, il sotto-intendente di Piedimonte (sede di un ampio distretto) rispose all’intendente di Terra di Lavoro punto per punto:

«D’accordo con il Commissario Giacinto Orsini, mi sono portato sul posto e, come ero già stato assicurato, la congiura, che volevasi ordita in questo Comune, risultava insussistente. Allego, a ogni buon conto, le biografie dei soggetti indagati. (1) Don Antonio Onoratelli, di anni 50 circa, affamigliato [con famiglia] e bastantemente agiato, 1° Tenente della Guardia Nazionale; trovasi affetto da emottisi, coll’espresso divieto del suo medico curante di fare qualsiasi moto. (2) Don Luigi Pertusio, di anni circa 40, egualmente affamigliato, Capitano della Guardia Nazionale e 1° Sergente della Guardia d’Onore, grado che tuttora conserva. È un ricco proprietario che, avendo la maggior parte delle sue possessioni nel Comune di Dragoni, recasi ivi quasi tutti i giorni, dimorandovi ancora, e dilettandosi particolarmente negli affari di colonia( che brama vedere coi propri occhi), dato che in essi è totalmente immerso. (3) Don Pietro Romagnoli, di anni 37, di professione avvocato, è celibe; 2° Tenente delle Guardie Nazionali , il quale, per tema che gli accadesse qualche sinistro, si è nelle attuali circostanze anche negato di portarsi presso i Tribunali di questa Provincia, ove qualche affare di  sua professione lo chiamava. (4) Don Gennaro Fattore, egualmente affamigliato, dell’età di circa anni 37, tessuto di vilissima complessione; essendo stato da lunghi anni domiciliato in Napoli, non trovavasi a far parte di questa Guardia Nazionale. Per formarsi una grigia idea del suo modo di pensare, basta por mente alla sua istantanea risoluzione di abbandonare la Capitale, restituendosi in questo Comune, appena sorti in quella i trambusti che l’agitavano, e ciò perché teneva caro di conservare la individuale sua tranquillità in seno alla sua famiglia. Dal punto di quanto mi do l’onore di sottometterle pel merito della cosa, Ella vede bene che, se qualche malevolo si è spinto a dipingere una ideale congiura, facendone autori i suaccennati soggetti, è a credersi che qualche inimicizia particolare esistesse tra loro, sia pure che, dipingendoli in tal modo, meritassero di essere espulsi dalla Guardia Nazionale, e così occuparsi i loro posti da altri che forse li ambiscono, e segnatamente nella prossima ricorrenza della parata di Piedigrotta, oppure si è cercato dare una siffatta trista interpretazione a qualche motteggio di niuno conto, che forse si è inteso profferire da taluno dei succitati individui. In ultimo, Le assicuro di essere stata anche salutare la vista del Soldato funzionario in questo Capoluogo, nell’atto che lo spirito pubblico ha serbato, e serba, un regolare andamento.

Il 18 settembre 1848, da Napoli si ordinò di non dare luogo ad ulteriori indagini in quanto il fatto non sussisteva:

Rimango informato essere stata senza fondamento la congiura che si diceva ordita in Piedimonte d’Alife. Ella ha fatto bene che s’indaghi su chi sia l’autore del libello, per adottare severi provvedimenti. Quanto poi a ducati otto e grana cinquanta spesi dal Commissario Orsini per il disimpegno affidatogli in Piedimonte, L’autorizzo a pagarglieli, prelevandoli dai fondi di Polizia della provincia
Pel Ministro dell’Interno, il Direttore del V Ripartimento.

Nondimeno, pur avendo constatato l’infondatezza delle accuse rivolte ai tre benestanti cittadini, l’anonimo esposto non era assolutamente scentrato, poiché al tempo dell’unificazione d’Italia, nel fondamentale periodo di transizione  a cavallo tra il 1860 e il 1861 l’avvocato Pietro Romagnoli a Piedimonte fu il capo del governo provvisorio. Nel 1867 divenne sindaco pure Luigi Pertusio e poi ancora dal 1873 al 1877. Uomini della Destra storica, che aveva tra i propri leaders Cavour, Ricasoli, Minghetti e Quintino Sella.

Fonti e bibliografia
  • Archivio di Stato di Caserta, Fondo «Alta Polizia» (Anni 1847- 1859), busta 3, fascicolo 11 «1848. Presunta congiura in Piedimonte d’Alife».
  • Dante Marrocco, Piedimonte Matese : storia e attualità, Piedimonte Matese, Edizioni ASMV 1999.
  • Franco Della Peruta, L’ Ottocento : dalla restaurazione alla belle époque, Firenze, Le Monnier 2000.

sabato 29 giugno 2019

Lo storico della domenica

"Lo storico della domenica" è un blog di storia e storiografia, a cura di Matteo Banzola. Prendere a prestito il titolo di un libro di un grande storico per un blog può apparire un gesto ingeneroso e presuntuoso. In realtà non è così. Oltre ad essere un omaggio ad uno studioso innovativo, in tempi in cui la storia sta vivendo una profonda crisi indicare fin dal titolo un progetto di divulgazione che si spoglia volontariamente dell'austerità che circonda gli studiosi possa incuriosire. Il blog si occupa principalmente di storia contemporanea dalla “duplice” rivoluzione (francese e industriale) fino ad oggi privilegiando la storia “sociale”, della cultura, della mentalità piuttosto che la storia politica. Al momento è suddiviso in quattro sezioni: "Lectio Magistralis", "Biblioteche Digitali", "Emeroteca: riviste di Storia on line e Recensioni", "Storia dell'Italia repubblicana". L’intento è quello di guidare il visitatore alla scoperta del vasto materiale reso disponibile dalle biblioteche digitali, fornendogli il contempo una guida “scientifica” sicura e affidabile per approfondimenti. In questo senso sono previste nuove sezioni tematiche e di approfondimento. In breve, il blog si propone di colmare la distanza tra la la storia come racconto (nel nostro Paese in mano molto spesso a non storici) e interpretazione (non di rado troppo ostica per il lettore non specialista).

"Lo storico della domenica" partecipa al network "Cantiere Storico Filologico".

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venerdì 28 giugno 2019

11 giugno 1945 – 11 giugno 2019. Caserta, Villa Vitrone: presentazione dell’archivio storico e di deposito della Provincia di Caserta

di Paolo Franzese*

La provincia, in quanto circoscrizione ed ente pubblico territoriale, ha sempre rivestito nell’ordinamento italiano una particolare importanza per la vita della comunità locale, grazie alle sue numerose e significative competenze. Fino al trasferimento di molte delle sue tradizionali funzioni all’ente Regione, la Provincia ha svolto un complesso di attività più ampio rispetto al periodo successivo. Fra le principali, quelle di provvedere alla costruzione e alla manutenzione di strade, ponti e altre infrastrutture imprescindibili per le comunicazioni e per la viabilità, al controllo dell’assetto urbanistico del territorio e dell’efficacia delle politiche agricole, allo sviluppo e all’efficienza dei trasporti pubblici, alla manutenzione degli edifici scolastici, al funzionamento dei servizi di sanità, assistenza e beneficenza. Nello svolgimento di queste funzioni, l’ente Provincia ha prodotto in genere grandi quantità di documenti che ne riflettono non soltanto il funzionamento, ma anche le attività di progettazione, concessione, autorizzazione e controllo svolte nel corso del tempo. 
È ormai opinione diffusa anche fra i non addetti ai lavori che l’archivio rispecchi, oltre alle vicende della sua stessa conservazione, l’identità e la storia dell’ente che lo ha prodotto. La storia della provincia di Caserta, già di Terra di Lavoro, risulta piuttosto singolare rispetto a quella di molte altre province italiane, a causa sia della vastità del territorio di competenza fino al 1927, sia della sua soppressione, in tale anno, con un provvedimento che contestualmente istituiva 17 nuove province. Anche per tale peculiarità, la storia di questa provincia è stata al centro di un impegnativo e proficuo convegno di studi promosso nell’ottobre del 2018 dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania, dall’Archivio di Stato di Napoli e dall’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, in occasione dei 200 anni dall’elevazione della città di Casera a capoluogo della provincia. 
Poiché gli archivi riflettono anche le relazioni fra le istituzioni che li hanno prodotti, si può ritenere che essi compongano una sorta di rete o di mosaico, costituito da documenti di diversa provenienza e natura: archivi di organi dello Stato, di enti pubblici, di organizzazioni private, di famiglie e di singole persone. Le tessere di questo mosaico, se conservate nel tempo, si integrano a vicenda, facendo in modo che soltanto da questo insieme così strutturato possa risultare un quadro complessivo delle fonti del passato. Viceversa, la dispersione di uno o di più archivi costituisce un serio ostacolo alla conoscenza e alla ricostruzione di quelle relazioni. Sono state frequenti, in tal senso, le testimonianze di studiosi di storia di questa città di significative mancanze. Fra le più recenti, vorrei ricordare quella di Anna dell’Aquila che nel suo volume Caserta. 1945-1974, Una storia urbana e ambientale (Soci, Fruska, 2013) ha così voluto segnalare tale situazione di disagio: “Bisogna però sottolineare che tanto il Comune quanto la Provincia hanno conservato ben poco materiale: custoditi in vecchi scantinati, molti documenti sono inevitabilmente andati incontro al deterioramento; numerosi altri sono andati perduti (non è stato possibile, ad esempio, consultare gli Atti del Consiglio comunale di Caserta)”.
Il lavoro di salvataggio e di recupero dei documenti della Provincia di Caserta presenti nella sede di Corso Trieste, da tempo dismessa dall’Amministrazione provinciale, era cominciato nel giugno del 2017 con il trasferimento, per iniziativa della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania, dei registri delle deliberazioni della Giunta e del Consiglio e di protocollo della corrispondenza, a partire dal 1945, e dei volumi dei contratti. Questi materiali furono trasportati presso l’Archivio di Stato di Caserta, che già da tempo conservava l’archivio di quell’ente precedente alla soppressione della Provincia di Terra di Lavoro nel 1927. Lo scorso anno la Soprintendenza ha intrapreso un più complessivo intervento di identificazione, riordinamento e descrizione del materiale rimasto in quella sede (fra i quali è stata sorprendentemente ritrovata anche una piccola, ma preziosa biblioteca dell’ente), che giaceva in completo stato di disordine e di abbandono, affidandolo a due giovani professionisti, Antonietta Garofalo e Francesco Gallo, iscritti nell’elenco degli archivisti qualificati, costituito per iniziativa della stessa Soprintendenza e dell’Archivio di Stato di Napoli. Con la guida del sottoscritto, soprintendente archivistico e bibliografico fino ai primi dello scorso mese di marzo, il lavoro è stato completato con la redazione dell’inventario, pubblicato dall’Archivio di Stato di Caserta sul numero di aprile del 2019 della Rivista di Terra di Lavoro. Tale strumento di consultazione consente oggi il riutilizzo dei documenti da parte dell’Amministrazione e, allo stesso tempo, ne rende possibile la consultazione da parte del pubblico.
I documenti ora riordinati e descritti iniziano con il 1945, anno al quale si riferisce il primo registro di deliberazioni della Giunta. La documentazione si fa più consistente a partire dalla fine degli anni Cinquanta e dall’inizio del decennio successivo, in coincidenza con l’intensa fase di sviluppo urbanistico e demografico che ha caratterizzato, spesso in modo tumultuoso e scoordinato, anche questo territorio, in un periodo di profonde trasformazioni per molte città italiane. Fra i principali nuclei documentari che caratterizzano l’archivio, quelli che provengono dal settore tecnico e urbanistico si distinguono non solo per la quantità e per lo stretto legame con quelle significative vicende della nostra storia, ma anche per il particolare ordinamento dato dall’Ufficio ai propri documenti fino agli anni Settanta, modellato su uno specifico “titolario”, lista di categorie e di classi e sottoclassi che disegnano il profilo delle funzioni volte dall’ente in tale ambito. 
I risultati del lavoro compiuto sono stati presentati a Caserta, presso la bella sede di Villa Vitrone, lo scorso 11 giugno, in occasione del 74° anniversario del decreto legislativo luogotenenziale con cui la provincia fu nuovamente “riconosciuta” nel 1945. Nell’ambito della manifestazione, il prof. Vincenzo de Michele ha ricordato la figura di Clemente Piscitelli, primo presidente dell’ente ripristinato e del Comitato di liberazione nazionale di Caserta, mentre l’attuale presidente, avv. Giorgio Magliocca, ha annunciato l’intenzione di trasferire quanto prima la documentazione ora riordinata e inventariata e di metterla a disposizione del pubblico, affinché possa diventare fonte per la ricerca sulla storia di questo territorio. 
Il recupero di questa documentazione, insieme con quello dell’archivio storico del Comune di Caserta che oggi, grazie a un analogo intervento della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania, finalmente comincia ad essere consultabile, va a integrare un disegno complessivo di valorizzazione delle testimonianze documentarie di una città in cui, relativamente al secondo Novecento, le gravi mancanze archivistiche hanno imposto alla ricerca seri limiti, tali da indurre gli studiosi a orientarsi verso altri periodi storici o a puntare prevalentemente su informazioni provenienti dalla stampa periodica. 

* Direttore dell'Archivio di Stato di Napoli

sabato 22 giugno 2019

Primavera, o del ritorno

di Francesca Favaro

Il carnet de recherche «Studiosus» (https://studiosus.hypotheses.org) si è arricchito, durante il mese di giugno 2019, di un breve saggio intitolato Primavera, o del ritorno (ancora su Rvf, 310). Come dichiara il sottotitolo, il contributo si sofferma sul componimento petrarchesco in cui lo schiudersi gioioso della natura, a primavera, viene contrapposto dal poeta alla sterilità che si è impadronita del suo cuore dopo la morte di Laura. L’interpretazione proposta cerca di suggerire cosa sia, autenticamente, che ritorna, nella lirica aperta appunto dal celeberrimo verso «Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena». 


Per leggere il saggio collegarsi alla pagina: https://studiosus.hypotheses.org/352