venerdì 28 maggio 2021

La Rivoluzione francese tra predizioni e retrodizioni

Recensione a Francesco Benigno, Daniele Di Bartolomeo, Napoleone deve morire. L'idea di ripetizione storica nella Rivoluzione francese, Salerno, Roma 2020

di Armando Pepe

Nasce da un’idea originale, nel panorama internazionale degli studi, il libro «Napoleone deve morire. L’idea di Ripetizione storica nella Rivoluzione francese», scritto da Francesco Benigno e Daniele Di Bartolomeo, e pubblicato da Salerno Editrice nel 2020. In poco meno di duecento pagine viene sviluppato il tema, intellettualmente accattivante e sicuramente stimolante per altre ricerche, dell’utilizzazione del paradigma e/o modello storico, in filologia definito archetipo, all’interno del dibattito politico e pubblicistico durante la Rivoluzione francese. La storiografia (non italiana, tutta) non ha mai affrontato la questione della credenza dei rivoluzionari francesi nella ripetizione storica e degli effetti che ciò ha comportato. Sono numerosi gli esempi del passato, i riferimenti ad eventi antichi ed apparentemente sepolti, ma che condizionano il presente, le retrodizioni e le predizioni, ovvero le proiezioni «del futuro sul passato e del passato sul futuro» (p. 158). Un lavoro che poggia su solide basi e gioca d’intuito, consapevole dell’eredità classica tramandatasi robustamente per disseminazioni nella cultura d’Oltralpe, come hanno dimostrato, tra gli altri, Marc Fumaroli per la letteratura e Pierre Rosenberg per l’arte nelle loro magistrali e monumentali opere. Il libro si divide in un’introduzione, quattro capitoli e una conclusione; per esplicita ammissione degli Autori, «l’introduzione, la conclusione e il primo capitolo sono stati composti da Francesco Benigno, mentre il secondo, il terzo e il quarto capitolo sono stati scritti da Daniele Di Bartolomeo». Appena una pagina dopo l’incipit Benigno dichiara che l’obiettivo del volume è quello di interrogarsi «sul significato che la ripetizione storica ha avuto per chi ha vissuto quell’epoca tumultuosa che siamo soliti chiamare la “Rivoluzione francese”. Il suo obiettivo è stabilire in che misura l’idea della possibilità che gli eventi passati possano in futuro ripresentarsi abbia influenzato non solo i discorsi, ma anche le azioni, le scelte dei protagonisti del tempo» (p.8). È  interessante constatare che le riflessioni, anticipate in premessa, saranno poi condotte a termine nella conclusione, in cui si fa un discorso a tutto tondo, sussumendo storia e filosofia nell’ambito della filosofia della storia. Nel primo capitolo, evidentemente, non poteva mancare il paragone con la Guerra civile inglese. Nella notte del 20 giugno 1791 Luigi XVI venne fermato a Varennes mentre, insieme alla propria famiglia, tentava di fuggire. Per trame tanto intricate quanto suggestive Benigno conduce il lettore in un andirivieni col passato, anteponendo la suggestiva ipotesi, contenuta in un libretto di Georges Dumézil, secondo cui ci sarebbe «un’ardita possibilità che Nostradamus, il famoso astrologo e profeta del XVI secolo, avesse davvero vaticinato un evento storico decisivo quale fu la fuga di Varennes» (p. 28);  si paventava, in quei concitati frangenti rivoluzionari, il ritorno dei Borbone sul trono di Francia con la forza delle armi, sulla falsariga di quanto successo in Inghilterra con la dinastia Stuart, che riprese a regnare di nuovo grazie alle abili manovre del generale George Monck, I duca di Albemarle. Scrive, a proposito, Benigno che «Mirabeau aveva ripetutamente messo in guardia dai rischi di una fuga avventata» (p. 48), adducendo inoltre che «secondo Mirabeau, [il marchese] de Bouillé avrebbe potuto svolgere in Francia un ruolo simile a quello giocato dal generale Monck in Inghilterra» (p.49). Avanzava, facendosi prepotentemente strada, il timore dell’eventualità che la storia si sarebbe potuta ripetere, nella convinzione della ciclicità degli avvenimenti. Luigi XVI, riprendendo un esempio del passato, «confessava al suo ex ministro e ora avvocato Malesherbes che le sue scelte erano state sempre ispirate alla storia del sovrano Stuart: “Io subirò la sorte di Carlo I e il mio sangue colerà per punirmi di non averne mai versato”» (p.56). Il dibattito politico e intellettuale contribuì, necessariamente, anzi inevitabilmente, alla condanna a morte e alla successiva esecuzione dei reali di Francia. Di Bartolomeo ripercorre, con dovizia bibliografica e precisione per il particolare, il timore che covava in Francia per il fatto che la rivoluzione potesse sfociare in dittatura, nel momento in cui sulla stampa, ma anche nella panflettistica, impazzavano le allusioni «a Oliver Cromwell e a Geroge Monck: i due generali inglesi passati alla storia, rispettivamente, l’uno per aver assunto il potere in qualità di Lord Protettore della Repubblica dopo la morte di Carlo I, e l’altro per aver restaurato la monarchia degli Stuart» (p. 58). L’ombra del dittatore era sempre dietro l’angolo, breve essendo il passaggio dalla figura del fervente patriota a quella del bieco traditore dell’ideale democratico «(Silla, Catilina, Cesare, Ottaviano, Monck» (p. 79). Trasposizioni, nella pubblica coscienza e nell’immaginario collettivo, di personaggi ed episodi reali, trasfigurati in emblemi giusti e/o negativi e permanenti nella psicologia popolare. Fantasmi e paure che portarono alla ghigliottina molte persone a causa dell’entusiasmo, che poteva suscitare la vista del sangue del nemico, presunto e/o reale che fosse, della cosa pubblica, studi cui si dedicò tanti anni fa anche il compianto storico dell’arte Daniel Arasse, poi condensati nel libro «La ghigliottina e l’immaginario del terrore». Verso la fine del quarto capitolo Di Bartolomeo, riferendosi a Napoleone, osserva che: «era giunto di nuovo il momento di “salvare la patria” dal “pericolo” imminente di una “cospirazione”. Bonaparte chiedeva al “senato” i pieni poteri. Non certo la dittatura, anche se sembrava proprio così» (p. 149). Invece, il percorso napoleonico è palmare e patente e va in direzione opposta a quanto dallo stesso Napoleone dichiarato nel discorso tenuto il 19 brumaio (10 novembre) 1799 davanti al Consiglio degli Anziani, attuando il colpo di stato che pose fine al Direttorio. Nella conclusione, che riprende e ampiamente sviluppa i temi della premessa, Benigno analizza alcune prospettive, sulla scorta degli studi di Reinhart Koselleck, secondo cui le predizioni hanno maggiori possibilità di concretizzarsi laddove «una prognosi basata sull’esperienza incorpora il maggior numero di dati storici possibile» (p. 154). Per Benigno, dunque, il grande storico tedesco «finiva per interrogarsi non già sugli effetti delle comparazioni storiche, ma sull’accuratezza delle prognosi, quasi alla ricerca di una prevedibilità effettiva delle azioni future» (p. 154). Sono inoltre presi in esame vari punti di vista, da Chateaubriand a Karl Marx, ma anche quelli del famoso sociologo statunitense Robert K. Merton, colui che coniò l’espressione delle «profezie che si auto-avverano (self-fulling prophecies)»,  (p. 155) e del filosofo Karl Popper, il quale, «in “Miseria dello storicismo” (1954), ha discusso dell’influenza di una predizione sull’evento che veniva predetto»» (p. 157), ovvero “l’effetto Edipo”, il mitologico re di Tebe che, «nella leggenda uccide il padre che non ha mai visto prima e questo è il risultato della medesima profezia che aveva causato l’abbandono di lui da parte del padre» (p. 157). Va da sé che di esempi se ne potrebbero fare a iosa. Il libro termina con quindici pagine di bibliografia ragionata, da cui si possono trarre suggerimenti per altre e approfondite letture.           

5 commenti:

  1. Se la vita è senso, sapere, conoscenza, sudore d’intelletto e direzione questo studio non ha oggi ma avrà domani il merito di aver donato [come diceva il M° Bosso] un altro quadro di conoscenza per non perdere la memoria e la rotta a chi verrà. Perchè il fine dei due scienziati storici della politica il Benigno e il Di Bartolomeo è quello di continuare ad innaffiare la storia rivoluzionaria per ricordarci quotidianamente che nel gioco degli eterni specchi, essi cercano da anni l’immagine “prima” per raccontarcela e far partire le ricerche per i posteri e soprattuto essi nel perenne cammino Maestro-Discente affermano con scientificità che il sottile filo rosso della storia permane e che la Rivoluzione Francese [ e non solo ] non è un oggetto freddo e vale la “pena morire per essa”!

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  2. Straordinaria recensione di un saggio di grande interesse storico, politico e culturale sulla Rivoluzione Francese scritto da chi quella rivoluzione l'ha studiata in lungo e in largo. Onore al merito per gli autori, i spinti dalla passione e dalla bravura, coltivano il pensiero e la ricerca.
    La politica del popolo: partecipazione, consenso, rappresentanza. Recuperare il significato autentico della storia, Historia magistra vitae, non spetta solo agli storici ma anche e soprattutto all'istituzione Scuola, da valorizzare e riconsiderare "luogo della formazione" della Persona Umana, prima ancora dell'istuzione Università, "luogo del discernimento e della conoscenza".

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    1. Sono felice di leggere il commento “chirurgico” del dottor Piccirilli, saggio politico lancianese, il quale ha la fortuna che la “rivoluzione” di cui parlano gli autori ha toccato la sua terra. Come si nota dalla sua piuma, l’Abruzzo e l’Italia aspettano il suo ritorno perché il Piccirilli prendendo a prestito le parole dei rivoluzionari “ è all’altezza del protagonismo del tempo presente”!

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