Il Manzoni 2.0 di Roberto Bizzocchi. Quattro anni dopo, che cosa resta di "Romanzo popolare"?

Arriviamo tardi. Romanzo popolare. Come i «Promessi sposi» hanno fatto l'Italia di Roberto Bizzocchi è uscito per Laterza nell'ottobre 2022, dunque quasi quattro anni fa. Nel frattempo si è celebrato il centocinquantenario della morte di Manzoni, il libro è stato presentato, discusso, recensito, intervistato e infine riproposto da Laterza in edizione economica nel 2024. Perché parlarne ancora?
Proprio perché sono trascorsi quattro anni.
Recensire un libro al momento della sua uscita significa inevitabilmente recensire anche il rumore che lo accompagna: comunicati editoriali, presentazioni, interviste, recensioni sui quotidiani, entusiasmi degli amici e dei colleghi, polemiche più o meno spontanee. Tornarci dopo qualche anno permette invece di formulare una domanda forse più interessante: che cosa ne è rimasto?
È una domanda che abbiamo già posto, in questa stessa sede, a proposito di un altro libro di uno storico modernista, La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale di Antonino De Francesco, pubblicato da Feltrinelli nel 2012. Non perché quattro, cinque, dieci o tredici anni siano sufficienti per pronunciare sentenze definitive sulla fortuna di un'opera, ma perché consentono almeno di distinguere il successo del momento dalla capacità di lasciare una traccia.
Esistono libri che producono lentamente i propri effetti e libri che "esplodono" al momento dell'uscita. Questi ultimi hanno titoli efficaci, tesi riconoscibili, una buona macchina editoriale alle spalle e la capacità di intercettare sensibilità contemporanee. Per qualche mese sembrano libri dei quali sia impossibile non discutere. Poi il tempo compie il suo lavoro e permette di verificare se dietro quella brillante confezione vi fosse anche qualcosa destinato a modificare stabilmente un campo di studi.
La domanda, nel caso di Bizzocchi, può essere formulata senza malizia: Romanzo popolare è stato un libro importante su Manzoni oppure soprattutto un banale libro del momento manzoniano 2022-2023, ben discusso e presentato al momento dell'uscita e progressivamente riassorbito, insieme alla sua provocazione interpretativa, una volta esaurita quella stagione?
Non sarebbe corretto sostenere che sia scomparso. Laterza lo ha anzi ripubblicato in edizione economica nel 2024. All'uscita, non mancarono interlocutori qualificati. Il libro venne discusso da storici, italianisti e manzonisti e accompagnato da numerose presentazioni. Appaiono meno evidenti, guardandolo dal 2026, il suo impatto e la sua originalità, ovvero che abbia davvero imposto una nuova linea interpretativa negli studi manzoniani o ha piuttosto semplicemente rilanciato, in una veste efficace e attualizzante, temi e letture almeno in parte già presenti nella tradizione critica?
Ed è forse proprio questa distanza fra l'ambizione della proposta e la sua sedimentazione a rendere oggi il libro più interessante da rileggere di quanto non fosse da recensire a caldo.

Un Manzoni sorprendentemente contemporaneo

C'è qualcosa di irresistibile nell'operazione compiuta da Bizzocchi. Storico modernista di lungo corso, si avventura nel territorio forse più minato della letteratura italiana con una missione precisa: salvare Alessandro Manzoni da ciò che generazioni di insegnanti, manuali scolastici e commemorazioni ufficiali avrebbero fatto di lui.
Il Manzoni grigio, cattolico, moderato, paternalista e un po' noioso deve lasciare il posto al vero Manzoni: illuminista, radicale, dalla parte degli oppressi, nemico degli abusi del potere, sensibile ai diritti individuali, sorprendentemente attento all'autonomia femminile e, naturalmente, artefice morale dell'Italia moderna.
È sostanzialmente il programma annunciato anche dalla presentazione editoriale: una morale fondata sulla libertà di scelta e sulla responsabilità individuale «per uomini e donne», insieme alla denuncia delle ingiustizie sociali e degli abusi dei potenti.
L'operazione è condotta con notevole destrezza, discreta cultura e una scrittura piacevole. Il problema, semmai, è che il restauro sembra essere riuscito persino troppo bene.
A lavori conclusi, il conte Alessandro Manzoni, nato a Milano nel 1785, assomiglia infatti in maniera sorprendente a un colto intellettuale progressista europeo dei nostri giorni.
Bizzocchi stesso sembra essersi divertito ad alzare progressivamente la posta. Nel dialogo con Alessandro Barbero organizzato da CasaLaterza, la conversazione arriva a esiti quasi paradossali. «Hai visto, Sandro, che non è un moderato Manzoni? È come Brecht», osserva Bizzocchi. Barbero rilancia: «È un comunista». E Bizzocchi aggiunge che in un punto del libro lo ha avvicinato persino a Engels.
Si scherza, naturalmente. Ma le battute funzionano proprio perché portano all'estremo una tendenza effettivamente presente nel libro: rendere Manzoni interessante dimostrando quanto fosse, in fondo, simile a noi.
Naturalmente, che nella biografia intellettuale di Manzoni esista una fase giovanile radicale, giacobineggiante e fortemente anticlericale non costituisce affatto una scoperta recente. Il giovane autore del Trionfo della libertà, cresciuto nel clima dell'Illuminismo lombardo e vicino negli anni parigini ad ambienti intellettuali tutt'altro che clericali, è da lungo tempo oggetto della biografia e della critica manzoniana. Così come è ben nota la complessità della successiva conversione e la persistenza, nel Manzoni cattolico, di temi e sensibilità provenienti dalla sua formazione illuministica. La questione, dunque, non è scoprire un Manzoni che da giovane fu radicale, ma stabilire quanto sia legittimo trasformare quella genealogia intellettuale in una chiave capace di definire complessivamente il Manzoni maturo e, soprattutto, il messaggio politico e civile dei Promessi sposi.
Da questo punto di vista, una parte della proclamata «novità» di Romanzo popolare meriterebbe forse di essere ridimensionata. Il problema non è dimostrare che sotto il cattolico Manzoni esistesse un passato illuministico e radicale: lo sapevamo. Il problema è dimostrare che quel passato autorizzi a leggere il Manzoni della maturità come un radicale rimasto sostanzialmente tale sotto nuove forme. È qui che comincia la tesi propriamente bizzocchiana — ed è qui, dunque, che dovrebbe essere sottoposta alla verifica più severa.

Il coro degli entusiasmi

L'accoglienza iniziale del libro fu abbastanza favorevole. Il volume aveva d'altra parte molte caratteristiche fascinose: autorevole storico, grande editore, grande classico nazionale e una tesi abbastanza controintuitiva da risultare immediatamente comunicabile.
Paola Bianchi, sul Sole 24 Ore, lo salutò con un articolo dal titolo eloquente, Oltre il melodramma. Manzoni e il romanzo popolare per fare la nazione. L'entusiasmo è comprensibile: uno storico modernista che mostra quanto sia fecondo leggere Manzoni da storico trova un'altra storica pronta ad apprezzarne l'impresa. Una specie di peer review nel senso più letterale dell'espressione.
Altre presentazioni e recensioni del volume ripresero sostanzialmente il medesimo Manzoni: non moderato, cosmopolita, politicamente innovativo, autore di un'opera rivolta al popolo e capace di proporre una morale della responsabilità individuale. In una recensione divulgativa da parte di Isabel Mollard si arrivò a parlare di una «operazione propagandistica colossale» attraverso la quale Manzoni avrebbe racchiuso nel romanzo un progetto politico innovativo e rivoluzionario.
Tutto molto suggestivo.
Forse persino troppo.
Perché quando Romanzo popolare è arrivato sul tavolo degli italianisti e soprattutto dei manzonisti di professione, l'atmosfera si è fatta — sempre civilissimamente — un po' meno celebrativa.

Arrivano i manzonisti

Il dato merita attenzione perché impedisce di liquidare la questione come una semplice disputa tra discipline. Il libro di Bizzocchi è stato effettivamente preso sul serio dagli specialisti.
Giorgio Panizza gli dedicò sulla Rivista di studi manzoniani una recensione di sei pagine. Ne riconobbe espressamente i «pregi della divulgazione» e l'efficacia della lettura di un Manzoni «moderno», ma individuò come terreno specifico di discussione proprio la questione del «patriottismo» manzoniano.
La precisazione non è marginale. Più Manzoni viene avvicinato alle categorie politiche che ci sono familiari, più diventa necessario domandarsi se siamo ancora noi a entrare nel suo Ottocento o se sia lui, opportunamente accompagnato, a essere fatto entrare nel nostro presente.
Ancora più interessante è il caso di Luca Badini Confalonieri, uno dei maggiori specialisti dell'opera manzoniana, che sull'Indice dei libri del mese recensì il volume sotto un titolo magnificamente scelto: Assassini che mangiano di magro.
La formula è manzoniana e non rappresenta esattamente un'esaltazione della capacità della religione di produrre automaticamente una moderna etica civile. Difficile non apprezzarne una certa perfidia filologica.
Anche Gianmarco Gaspari, storico della letteratura italiana e studioso di lunga esperienza manzoniana, dedicò al volume una recensione nell'Archivio Storico Lombardo. Maria Gabriella Riccobono se ne occupò a sua volta in una sede specialistica di italianistica.
Insomma, gli italianisti non ignorarono affatto l'invasione di campo.
E forse è proprio il loro intervento a rendere evidente il problema metodologico più interessante.
Non si tratta della prevedibile difesa corporativa dei letterati contro uno storico entrato nel loro recinto. Sarebbe una spiegazione troppo facile. Lo storico che punta al bestseller, mirando in primis alla propria autopromozione, tende comprensibilmente a cercare nel romanzo le tracce delle grandi questioni che lo interessano: potere, diritti, nazione, genere, Illuminismo, morale civile. Il filologo e lo storico della letteratura, ma anche lo storico più affezionato alla verifica documentaria e alla contestualizzazione, esercitano invece il mestiere meno spettacolare — e molto meno adatto alle quarte di copertina — di chiedere continuamente: dove, precisamente, Manzoni dice questo? Con quali parole? In quale redazione? All'interno di quale tradizione letteraria/culturale? E fino a che punto quelle parole sopportano il significato che vogliamo attribuire loro?
È un mestiere fastidioso, ma qualcuno deve pur farlo.

L'imperativo della novità

Qui si arriva probabilmente al punto più discutibile, ma anche più interessante, del libro.
Bizzocchi vuole dichiaratamente sottrarre Manzoni alle interpretazioni ricevute. Nulla da eccepire: senza nuove domande rivolte ai testi, la ricerca storica e letteraria avrebbe ben poco senso.
Il problema nasce quando alla ricerca della novità sembra sostituirsi qualcosa di leggermente diverso: l'imperativo della novità.
Un classico studiato da due secoli deve essere nuovamente interessante; per esserlo deve essere riscoperto; e perché valga la pena riscoprirlo bisogna possibilmente dimostrare che non era quello che pensavamo.
Ecco allora che il Manzoni moderato diventa radicale; quello cattolico conserva provvidenzialmente il meglio dell'Illuminismo; quello ottocentesco anticipa sensibilità contemporanee; quello apparentemente paternalista rivela un'ammirevole attenzione all'autonomia femminile.
Alla fine viene quasi il sospetto che, per completare l'aggiornamento, mancasse soltanto il Manzoni ambientalista.
Naturalmente il problema non è dire qualcosa di nuovo. Il problema nasce quando la novità rischia di trasformarsi da risultato dell'indagine in presupposto dell'indagine: quando cioè non si procede soltanto dalle fonti verso una tesi, ma anche dalla necessità culturale ed editoriale di una tesi forte verso gli indizi capaci di sostenerla.
Ed è qui che entra in scena Laterza.

«Magari»: quando il sottotitolo è più sicuro dell'autore

Un piccolo episodio raccontato dallo stesso Bizzocchi nel dialogo con Barbero è particolarmente istruttivo.
Barbero osserva che il volume viene in qualche modo presentato da Laterza come un libro sui Promessi sposi, mentre a lui sembra piuttosto un libro complessivamente dedicato a Manzoni.
Bizzocchi risponde con ammirevole franchezza che titolo, sottotitolo e copertina sono decisi dall'editore e racconta che, quando gli venne proposto Come i «Promessi sposi» hanno fatto l'Italia, la sua reazione fu sostanzialmente: «magari».
La battuta è simpatica, ma dice parecchio.
L'autore appare infatti meno sicuro della tesi proclamata dal sottotitolo di quanto non lo sia il sottotitolo stesso.
Nulla di scandaloso. Sono consuetudini dell'editoria e sarebbe ingenuo fingere che titoli e copertine dei libri destinati a un pubblico largo vengano concepiti come quelli di una monografia originale e filologicamente accurata. Bizzocchi mostra semplicemente di conoscere queste regole e di adattarvisi.
Proprio questo adattamento, tuttavia, merita qualche riflessione.
La divulgazione colta contemporanea sembra chiedere sempre più spesso allo storico non soltanto di spiegare bene qualcosa, ma di ribaltare una convinzione acquisita. Il titolo deve promettere una scoperta, possibilmente controintuitiva. Il personaggio noto deve risultare diverso da come lo conoscevamo. Il libro deve contenere una tesi riassumibile in trenta secondi.
Bizzocchi sembra accettare queste convenzioni con una certa arrendevole disinvoltura. Non c'è niente di male finché la confezione resta esterna alla ricerca. Qualche problema nasce se la logica della confezione — novità, attualità, rovesciamento, tesi forte — comincia a influenzare il modo stesso nel quale il passato viene interrogato.
Il rischio è allora quello di avere bisogno che Manzoni sia moderno prima ancora di stabilire quanto effettivamente lo sia.

«Renzo volle»

Curiosamente, una dimostrazione pratica della resistenza del testo non viene però da un italianista, bensì da un altro storico.
È ancora Barbero.
Il terreno è quello sul quale la proposta di Bizzocchi appare forse più esposta: l'autonomia femminile.
Bizzocchi insiste sull'importanza attribuita all'istruzione dei figli di Renzo e Lucia, maschi e femmine, come indizio della modernità manzoniana. Barbero gli fa notare un particolare apparentemente insignificante. Manzoni scrive:
«Renzo volle».
Renzo volle che imparassero a leggere e scrivere.
È il marito, insomma, a decidere.
Barbero domanda allora se l'interpretazione di Bizzocchi non possa essere influenzata anche dalla maggiore sensibilità che noi abbiamo oggi verso la parità di genere.
La domanda è garbata, quasi incidentale, ma centra esattamente il problema. Non sempre ciò che oggi siamo felicissimi di trovare in Manzoni si trova in Manzoni con la stessa chiarezza con cui vorremmo trovarcelo.
Bizzocchi può naturalmente richiamare il contesto storico. Ma anche qui sorge una difficoltà: Barbero ricorda che nella cultura europea del Settecento esistevano già rappresentazioni dei rapporti tra uomini e donne assai più avanzate.
Il contesto, insomma, non può funzionare a senso unico: essere oltrepassato quando occorre dimostrare quanto Manzoni anticipi il futuro e immediatamente ripristinato quando qualche elemento del testo appare invece irriducibilmente ottocentesco.
È precisamente qui che l'attualizzazione rischia di prendere il posto della storicizzazione.
E il paradosso è notevole proprio perché a compiere l'operazione è uno storico.

Un titolo che promette parecchio

C'è poi il sottotitolo: Come i «Promessi sposi» hanno fatto l'Italia.
Formula magnifica. Ha il solo inconveniente di promettere una dimostrazione piuttosto impegnativa.
Per stabilire in che modo un romanzo abbia «fatto l'Italia» bisognerebbe infatti seguire non soltanto ciò che Manzoni pensava, ma ciò che gli italiani fecero di Manzoni: tirature, lettori, scuole, biblioteche, adattamenti, appropriazioni, rifiuti, interpretazioni popolari, usi politici, pratiche concrete di lettura.
Occorrerebbe, insomma, una robusta storia della ricezione.
Romanzo popolare fa soprattutto un'altra cosa, per molti aspetti interessante: ricostruisce una genealogia intellettuale di Manzoni e mostra come Illuminismo, cattolicesimo, riflessione sulla giustizia, sentimento nazionale e critica dell'arbitrio confluiscano nel romanzo.
Ma dimostrare che Manzoni volesse contribuire moralmente alla costruzione dell'Italia e dimostrare che I promessi sposi abbiano effettivamente «fatto gli italiani» non sono esattamente la stessa cosa.
Ed è curioso che sia lo stesso Bizzocchi, con quel suo «magari», a fornire involontariamente la migliore nota cautelativa al sottotitolo.
Tra la copertina e l'autore, insomma, il più prudente sembra essere l'autore.

Quattro anni dopo

Torniamo allora alla domanda dalla quale siamo partiti.
Che cosa resta, nel 2026, di Romanzo popolare?
Sicuramente un libro intelligente, colto, piacevole e provocatorio, che ebbe il merito non piccolo di costringere storici e italianisti a tornare a discutere della dimensione politica dei Promessi sposi. Resta anche una efficace dimostrazione della capacità di Bizzocchi di scrivere per un pubblico non specialistico senza trasformare la divulgazione in banalizzazione.
Resta meno chiaro se sia rimasta la tesi forte.
La prima ricezione fu intensa: recensioni sui quotidiani, incontri pubblici, interviste, discussioni con studiosi importanti, iniziative legate anche al centocinquantenario manzoniano del 2023. Gli italianisti lo presero sul serio e lo discussero. Laterza lo ha riproposto nel 2024.
Ma proprio oggi possiamo domandarci se da quella discussione sia nata una nuova stagione degli studi manzoniani fondata sul «Manzoni radicale» di Bizzocchi; se la sua interpretazione sia diventata un punto di riferimento; se abbia generato una linea di ricerca; oppure se la sua maggiore efficacia sia rimasta legata alla felice stagione promozionale nella quale il libro apparve.
La domanda resta aperta. Ma il semplice fatto che quattro anni dopo sia possibile formularla dice qualcosa sul rapporto sempre più complicato fra successo editoriale e durata storiografica.
Non tutto ciò che fa molto rumore all'uscita è destinato a durare; ma sarebbe altrettanto semplicistico misurare il valore di un libro soltanto dalla quantità delle citazioni successive. Esistono libri che riportano nuove scoperte e ipotesi originali, talvolta importanti al punto da inaugurare nuovi cantieri di ricerca, ed esistono libri d'occasione, capaci di formulare brillantemente una provocazione destinata soprattutto al proprio presente.
Forse Romanzo popolare appartiene più alla seconda categoria che alla prima.
E forse proprio qui rivela il proprio carattere più interessante e insieme il proprio limite. Bizzocchi parte per storicizzare Manzoni e finisce talvolta per attualizzarlo; vuole sottrarlo alla vecchia retorica scolastica e ce lo restituisce sorprendentemente compatibile con molta retorica civile contemporanea; combatte un monumento e, quasi senza accorgersene, ne costruisce un altro.
Solo molto più simpatico.
Esiste, in definitiva, una differenza sottile ma decisiva fra porre domande nuove ai classici e avere bisogno che i classici forniscano risposte nuove. Nel primo caso è la ricerca a mettere alla prova le nostre categorie. Nel secondo sono le nostre categorie che rischiano di mettere in riga il passato.
Il vecchio don Lisander — aristocratico lombardo, cattolico tormentato, liberale sui generis, erede dell'Illuminismo e uomo irriducibilmente ottocentesco — potrebbe essere persino più interessante del suo aggiornamento 2.0.
E soprattutto non aveva ancora letto Engels.

(Daniele Santarelli)

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