La voce ne ricostruisce la formazione tra Giuseppe Dossetti, Hubert Jedin e Delio Cantimori, i primi studi sul Concilio di Trento e sulle istituzioni ecclesiastiche, il ruolo negli anni del Vaticano II e soprattutto la grande impresa internazionale della Storia del Concilio Vaticano II. Particolare attenzione è riservata alla categoria del Concilio come «evento», feconda sul piano storiografico ma anche discussa per il rapporto che viene a stabilire tra lo svolgimento storico dell’assemblea, i testi promulgati e la successiva interpretazione del loro significato.
Alla voce biografica si accompagna un approfondimento autonomo sulla cosiddetta “Scuola di Bologna”. Era necessario, perché ricondurre tutta la vicenda alla figura di Alberigo avrebbe significato appiattire una storia assai meno lineare.
Un punto di osservazione particolarmente significativo è offerto da Paolo Prodi, protagonista della stagione originaria e storico la cui traiettoria scientifica avrebbe assunto una dimensione internazionale del tutto autonoma. Non è casuale il contrasto fra L’«officina bolognese» al singolare, titolo di un volume curato da Alberigo, e le Officine bolognesi al plurale di Prodi. Dietro una differenza apparentemente lessicale si intravede una questione sostanziale: dall’esperienza dossettiana non nacque necessariamente una sola scuola, né un solo modo di intendere il mestiere dello storico.
È forse proprio questo il punto sul quale vale ancora la pena interrogarsi. Dove termina la ricostruzione storica e dove comincia l’investimento ecclesiale dell’interprete? Una cosa è ricostruire storicamente aspirazioni, conflitti e possibilità aperte dal Vaticano II; altra cosa sarebbe assumere le speranze di una parte dei suoi protagonisti o dei suoi interpreti come una sorta di impalpabile «spirito del Concilio», capace a sua volta di diventare criterio per giudicare testi, avvenimenti e sviluppi successivi. È una distinzione elementare nel mestiere dello storico, ma non sempre facile da conservare quando chi studia una vicenda partecipa anche, culturalmente o ecclesialmente, alla battaglia sulla sua eredità.
Il problema diventa ancora più interessante quando una determinata interpretazione non rimane soltanto una proposta storiografica, ma si consolida attraverso istituzioni, gruppi di ricerca, relazioni internazionali, finanziamenti, carriere e capacità di accesso ai luoghi nei quali si produce e si legittima il sapere. In simili contesti il dissenso scientifico non scompare necessariamente, ma può diventare più costoso; e alle normali divergenze intellettuali possono sovrapporsi convenienze, rivalità, appartenenze e prudenti silenzi. Anche per questo la storia di una scuola storiografica non coincide mai soltanto con la storia delle sue pubblicazioni.
Da qui può partire il collegamento con alcune questioni già affrontate su questo stesso blog a proposito di Alberto Melloni e della successiva gestione dell’istituzione bolognese (FSCIRE). Sarebbe semplicistico attribuire ad Alberigo responsabilità relative a una fase successiva, così come sarebbe metodologicamente scorretto dedurre una continuità gestionale dalla sola continuità istituzionale. Ma sarebbe altrettanto poco soddisfacente considerare le due stagioni come mondi completamente separati. Proprio il rapporto tra storiografia e attivismo, già problematico nella costruzione di una determinata lettura e ricezione del Vaticano II, pone infatti la questione di come un indirizzo culturale possa progressivamente consolidarsi anche sul piano istituzionale, fino ad assumere i caratteri di un sistema.
La domanda interessante riguarda piuttosto le condizioni che rendono possibile il passaggio dall’autorevolezza scientifica all’influenza istituzionale: come si costruisce una rete; come vengono determinate nel tempo le priorità di ricerca; quale spazio rimane alle linee divergenti; quanto un’interpretazione storiografica, soprattutto quando assume anche i caratteri dell’attivismo ecclesiale e culturale, finisce per identificarsi con l’istituzione che la promuove; e, soprattutto, quanto è facile criticare dall’interno un sistema accademico e istituzionale quando da quello stesso sistema possono dipendere opportunità, riconoscimento e prospettive professionali.
Sono interrogativi che non richiedono caricature né giudizi sommari. Richiedono, semmai, di tornare alle fonti e di distinguere gli storici, le interpretazioni, l’attivismo, le istituzioni e gli interessi che nel corso dei decenni si sono sovrapposti sotto un’etichetta apparentemente semplice: “Scuola di Bologna”. Solo così diventa possibile interrogarsi, senza stabilire continuità automatiche, su come una scuola storiografica abbia potuto assumere progressivamente anche i tratti di un progetto culturale e di un sistema istituzionale.
Le due nuove pagine di Ereticopedia, dedicate rispettivamente a Giuseppe Alberigo e alla Scuola di Bologna, provano a fare proprio questo: restituire complessità a una genealogia che, osservata da vicino, appare assai più plurale e conflittuale di quanto suggeriscano le ricostruzioni lineari.
E forse il plurale scelto da Prodi – “officine” – continua a essere il punto migliore dal quale cominciare.
Per leggere la voce biografica su Alberigo e quella di approfondimento su Alberigo, Prodi e la "Scuola di Bologna" collegarsi alle pagine:
- https://www.ereticopedia.org/giuseppe-alberigo
- https://www.ereticopedia.org/giuseppe-alberigo-paolo-prodi-e-la-scuola-di-bologna
- I. Le finanze e la produzione scientifica: Decine di milioni di finanziamenti pubblici
- I-bis. Aggiornamento e approfondimento (qualcuno non gradisce)
- I-bis. Post Scriptum
- II. «Timeo Danaos et dona ferentes». Quando il pubblico finanzia il privato che finanzia il pubblico
Dottorato DREST
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