Animus comune. La (non troppo) sorprendente amicizia tra Werner Kaegi e Delio Cantimori

di Patricia Chiantera Stutte

Delio Cantimori è rinomato come lo storico degli Eretici italiani del Cinquecento: un libro scritto nel 1939 che impresse una svolta alla ricerca storiografica italiana. In anni recenti è stato oggetto, a parte alcune eccezioni (Pertici 1997; Simoncelli 1998; Simoncelli 1994; Perini 2004; Sasso 2005), molto e aspramente discusso, di opere giornalistiche e scritti anche polemici: l'interesse sembra essersi spostato dall'opera storiografica al percorso biografico e politico di Cantimori. In particolare si è tematizzato il carattere "opportunista" o, al contrario, sinceramente sentito e sofferto delle sue scelte politiche: Cantimori, vicino al fascismo e allievo di Gentile, passa alla fine degli anni Trenta (Miccoli 1970; Pertici 1997) – secondo alcuni durante la guerra (Di Rienzo 2005) – al comunismo. Secondo altri, si affianca perfino al nazismo (D'Elia 2007). La periodizzazione del suo impegno politico – la questione circa la datazione della sua conversione dal fascismo al comunismo –  ha acquistato, così, una rilevanza enorme, spropositata. Sarebbe forse interessante ricostruire le ragioni di tanto accanimento storiografico. Nella discussione sulla biografia di Cantimori sono stati per lo più letti i testi riguardanti le sue riflessioni sulla politica contemporanea con molta acribia, cercando, però, di classificare, situare, definire la sua appartenenza  o la sua dissidenza nei confronti del fascismo e il passaggio al comunismo. Insomma,  in alcuni casi le brillanti riflessioni e analisi cantimoriane sulla politica contemporanea sono state interpretate non per quello che voleva dire il loro autore, magari contestualizzandole, ma per quello che rivelavano della “veritá” del “caso” Cantimori. Rileggendo l'unica biografia politica di Cantimori di Ciliberto (Ciliberto 1977), scritta negli anni Settanta, sembra di poter ritrovare un tono e un affresco più disteso e meno ossessionato da questa acribia classificatoria. 
Sospendiamo tuttavia questa discussione e riprendiamo l’epistolario di Cantimori, in particolare la corrispondenza con Werner Kaegi, il quale, come si sa, era tutt’altro che fascista, nazista o collaborazionista. L’amicizia fra due scrittori e intellettuali così diversi può solo superficialmente sorprendere: al di là della sorpresa, tuttavia, è necessario leggere e comprendere, senza pregiudizi, il legame intellettuale e amicale fra due protagonisti della storiografia del Novecento. Infatti, al di là della valutazioni “politiche”, come non riconoscere a Cantimori il ruolo di grande storico e di innovatore nei metodi storiografici? Il riconoscimento del contributo strettamente intellettuale e storiografico dello storico di Russi è difficilmente opinabile, in Italia e in tutta la storiografia europea e oltre.
In parte, è questo aspetto di serietà e lavoro che emerge dall’epistolario, al di là delle rispettive convinzioni politiche.  Grande è la sorpresa di Kaegi, infatti, nell’avvertire una profonda comunanza di sentimenti con un uomo molto diverso da lui. Così lo storico svizzero trentenne sembra sintetizzare, in una delle prime lettere dell’epistolario, i caratteri salienti del loro rapporto di amicizia, che si svilupperà fra il 1935 e il 1966, anno della morte dello storico italiano: una solida condivisione di interessi e di prospettive scientifiche e la divergenza fra due visioni della politica e della società. Lo scambio epistolare trentennale, che va sempre più a infittirsi negli anni, testimonia il rapporto fra due uomini che non si incontrano sempre, ma che apprezzano tanto il loro comune lavoro, da rispettare e da ascoltare le argomentazioni reciproche. Una relazione di profonda stima e una grande intimità intellettuale e di sentimenti, mai turbata da incomprensioni, dubbi, ripensamenti.