Borbonia splatter

di Armando Pepe

Gli editori più avvertiti sanno che toccare certi argomenti è proficuo sia dal punto di vista delle vendite in libreria sia a causa del dibattito che inevitabilmente un dato titolo suscita. Gli Editori Laterza, con una scelta del titolo indubbiamente efficace, hanno appena pubblicato I cannibali dei Borbone. Antropofagia e politica nell’Europa moderna, l’ultima fatica storiografica di Luca Addante. Di primo acchito ci si può far irretire da un tema che appare suggestivo, quantunque non risulta che i Borbone, nell’arco temporale in cui regnarono sul Meridione d’Italia e in Sicilia, abbiano praticato o indotto qualcuno a praticare l’antropofagia.
Tuttavia, andando oltre, è pur sempre meritoria l’intemerata contro la vulgata neoborbonica ammorbante, basata sul nulla e che sarebbe di per sé ridicola se non fosse tragica per la capacità persuasiva con cui riesce a penetrare negli strati culturalmente più deboli della società, che tentano di trovare risposte e/o pseudo-conferme ai problemi odierni in risibili interpretazioni storiografiche degne al massimo dell’avanspettacolo. 
Addante pone da principio, infatti, una solida realtà, apoditticamente ma anche giustamente, quando afferma che sono stati «alcuni organi di stampa, e soprattutto la rete – in primis Facebook-, a permettere la trasformazione della minoritaria vague neoborbonica in una potente macchina comunicativa e ideologica, produttrice di veri e propri best sellers».
Il primo capitolo, intitolato «la controrivoluzione napoletana del 1799», sostanzialmente basato sulla diaristica di Carlo De Nicola, Giuseppe De Lorenzo, Diomede Marinelli e Filippo Malaspina, prende le mosse dai noti eccessi della plebaglia contro borghesi e nobili ritenuti giacobini, dai torbidi nefasti in cui trovarono un’orrenda morte, nella propria casa, i fratelli Ascanio e Clemente Filomarino,   quando «non paghi, i lazzari sequestrarono il duca [Ascanio] e suo fratello Clemente (coi loro servitori), e “in un baleno li trasportarono fuori di casa”. Il resto della famiglia si salvò grazie a una fuga rocambolesca, e il duchino Nicola fu costretto a rifugiarsi nella tomba della casata, stretto ai resti dell’avo Ascanio, il cardinale di Napoli ai tempi di Masaniello».
Per quanto ripercorrere gli episodi strazianti testé descritti provochi un senso di raccapriccio, non si tratta decisamente di novità, avendole studiate generazioni di storici, da Giuseppe Galasso a Loredana Lorizzo.  Successivamente si fa una casistica degli episodi più feroci ed inumani tratti dai diari degli storiografi poc’anzi citati.
I diari però, redatti anche in base alle proprie pulsioni e suggestioni, cedendo a volte al gusto della narrazione accattivante, dovrebbero per una maggiore e più compiuta precisione trovare riscontro nelle fonti giudiziarie, altrimenti si scade nel fantasioso. Il rischio è la costante caduta nel particolare granguignolesco, tanto più orripilante quanto più fantastico. In scenari indiscutibilmente macabri «lazzari e sanfedisti arrestavano a man franca donne e uomini, vecchi e bambini, in modo totalmente arbitrario; e le strade si riempivano sempre più di corpi straziati, membra sparse, teste issate su picche e portate in corteo quando non rotolate per terra, come un pallone».In questo clima di tregenda si sarebbe potuta inserire anche l’antropofagia, il cibarsi di carni umane, abitudine diffusa in passato presso alcune società primitive? L’Autore ne è convinto, sebbene adotti una certa cautela narrativa, affermando «non solo i resti dei morti sono fatti a pezzi e vituperati ma addirittura mangiati. Innanzi a ciò, va detto, non possiamo fidarci di un’unica testimonianza, non basta l’unus testis. Di fronte all’antropofagia, difatti, occorre procedere con cautela enorme. Pur senza cadere in un eccessivo scetticismo, negando alla radice il fenomeno, è da tenere ben presente la notevole potenza sull’immaginario del cannibalismo in quanto mito. È possibile, quindi, che le fonti esprimessero più di quanto avvenuto per motivazioni diverse ma legate, eminentemente, alle dinamiche della lotta politica». Stare a quanto riporta una sola fonte, in effetti, è sottomettersi a quello che lo scrittore catalano Javier Cercas definisce «il ricatto del testimone»; se non sono suffragate da altre testimonianze, le fonti diaristiche permangono nel loro limite epistemologico, che consiste nel non poterle collazionare, comparare con altre tipologie documentali. Il tutto, dunque, si avvita in una narrazione che rincorre sé stessa, laddove si deve, per affermare la propria teoria, ricorrere ad una serqua di avvenimenti sempre più truculenti, da casa degli orrori, per poi farne e/o tesserne un’accorata apologia. Lo stesso Autore, volendo offrire un esempio antropofagico, scrive che «di conseguenza, buona norma per accertarsi che si tratti di un fatto reale, è utilizzare (se possibile) più fonti che siano di orientamento diverso e qualità differente, assicurandosi che ci siano testimoni oculari ad attestare la veridicità di quanto accaduto».
Riferendosi all’emblematico caso, verificatosi il 29 agosto del 1799 a Napoli, dell’ufficiale pugliese Nicola Fiano/Fiani, nativo di Torremaggiore, impiccato, fatto a pezzi e poi mangiato, Addante attraverso le memorie di De Nicola, che riferiva il fatto de relato, dà per scontato che l’episodio cannibalico sia avvenuto per davvero perché se ne conserva traccia in una «relazione a uso interno della Confraternita dei Bianchi», sorta a Napoli, fondata a Napoli nel 1473 da San Giacomo della Marca, per dare conforto ai condannati a morte. Nella relazione succitata è scritto che «l’infelice Fiano lo spogliarono ignudo e incominciarono con i coltelli a farlo a pezzi, che non lasciarono altro che le ossa sospese e, con i pezzi di carne tagliata alle punte dei coltelli, i lazzari incominciarono ad andare per la città, gridando, quasi vendendo la carne: “Chi vuol vedere la carne e lo fegato del giacobino!”. Portando de’ pezzi di carne anche alla punta degli spuntoni; e vi fu chi si mangiò fritto il fegato». Ebbene, questa relazione, più truculenta della scena madre di un film di Dario Argento e con più spargimento di sangue rispetto ad un’analoga scena di un film di Quentin Tarantino, sembra essa stessa inverosimile e indulgente al patetico, quasi ai limiti dello splatter.
Correndo in difesa dell’Autore si può osservare che se casi di cannibalismo si siano realmente verificati, era più plausibile che fossero accaduti proprio nel 1799, allorquando le masse contadine, eccitate da sacro zelo e dalla santa fede, avrebbero potuto cibarsi della carne di persone nemiche più per un aspetto mistico-religioso, a scopo esorcistico, che per altro. Il brigantaggio d’età postunitaria aveva moventi sociali prevalentemente e non era legato alla sfera sacrale.
Nel secondo capitolo, avente per titolo «Cannibalismo europeo», si fa una nutrita disamina continentale in linea diacronica su vari eventi  antropofagici verificatisi in Francia e in Olanda (caso De Witt), adducendo come prova finanche la letteratura coeva. Si risale al Medioevo e alla prima età moderna andando su e giù per la penisola, da Perugia, a Pistoia, a Milano, passando per il “Sacco di Roma” del 1527. Non mancano aneddoti da far rizzare i capelli per lo spavento.
Il terzo capitolo «Ritorno a Napoli» incomincia narrando l’eccidio di Giovan Vincenzo Starace, fatto stranoto sia pure in palese contrasto con il titolo del volume, poiché risale al 1585, quando i Borbone a Napoli semplicemente non c’erano. Per inciso, intorno a ciò che successe in quelle decadi si rimanda alle notevoli pagine dedicatevi da Rosario Villari.
Che il cannibalismo ci sia stato nel mondo è fuori discussione, ma sinceramente non vige una proprietà transitiva universale per cui, essendoci altrove, non poteva non esserci nel regno napoletano e, successivamente, nel regno duo-siciliano. La bibliografia citata è comunque copiosa e molto informata.

Luca Addante, I cannibali dei Borbone. Antropofagia e politica nell'Europa moderna, Laterza, Roma-Bari 2021, 192 pagine, 20 €.