Benedetto Croce e il suo "antifascismo conservatore"

Recensione a Eugenio Di Rienzo, Benedetto Croce. Gli anni del fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2021

di Armando Pepe

Il lungo viaggio attraverso il fascismo di uno dei più rappresentativi intellettuali italiani del XX secolo, ovvero Benedetto Croce, è l'argomento dell'ultimo libro di Eugenio Di Rienzo, dal titolo Benedetto Croce. Gli anni del fascismo, edito da Rubbettino a febbraio 2021. Il volume prende le mosse dal 1922, quando Croce, ben disposto a recepire le istanze del fascismo, fu partecipe di quell'entusiasmo che accolse il discorso di Benito Mussolini al Teatro San Carlo. Come sottolinea Di Rienzo, "il filosofo assunse una posizione di fiduciosa attesa per l'opera risanatrice che il levarsi dell'astro Mussolini poteva comportare" (p. 19). Sostenne in Senato la legge elettorale Acerbo , giustificando il proprio agire in base a un consapevole desiderio di ritorno all'ordine, pur non dimenticando i limiti costituzionali. Per di più "anche dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti, il filosofo non mutò rotta e il 24 giugno (1924) votò la fiducia al gabinetto Mussolini”; la verità, anche se scomoda, è sempre rivoluzionaria. Fa bene Di Rienzo a porre la questione nella sua limpida nettezza, senza accettare dissimulazioni costruite a posteriori. La rottura tra Croce e il fascismo avvenne "dopo il discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini, al quale fecero seguito fortissime limitazioni al sistema dell'informazione e la chiusura di tutte le sedi dei partiti d'opposizione" (p. 53). Da convinto liberale, Croce non poteva accettare una compressione delle libertà fondamentali. Per lui il nuovo stato di cose divenne eticamente insostenibile e conseguentemente scrisse "la replica degli intellettuali non fascisti al manifesto di Giovanni Gentile", rompendo ogni rapporto con il filosofo siciliano. Pur avendo la propria abitazione napoletana devastata dagli squadristi fascisti nel 1926, Croce non ebbe paura e culturalmente continuò una lotta pervicace e solitaria. Fu per venti anni uno strenuo antifascista , ma il suo - come mette in evidenza Di Rienzo - fu "un antifascismo conservatore", deprecante l'irrazionalità dei barbari tempi che si vivevano. Dopo la Liberazione condannò senza remore il "bolscevismo nero" e il "bolscevismo rosso", fedele al suo essere liberale, portando avanti quell'eredità immateriale trasmessagli da Silvio e Bertrando Spaventa. Ad ogni buon conto, il lavoro di Eugenio Di Rienzo, oltre ad essere un notevole contributo di storia della storiografia crociana, offre una visione di ampio spettro della cultura italiana tra le due Guerre.