domenica 4 ottobre 2020

Arti magiche e Arti liberali nel Rinascimento

Recensione di Donato Verardi, Arti magiche e arti liberali nel Rinascimento. Da Ariosto a Della Porta, Agorà & Co, Lugano 2018

di Giorgia Zollino 

Il rapporto tra conoscenze magiche e filosofia è da tempo al centro di vivaci discussioni e questo dato è ancora più visibile negli studi inerenti al Rinascimento, periodo nel quale i confini tra magico e scientifico, tra favoloso e razionale appaiono sovente sfuggenti.
Qual è il contributo della magia alla nascita del mondo moderno? E, soprattutto, qual è nel Rinascimento il ruolo della filosofia nella fondazione razionale della magia? Questo libro prova a rispondere a tali ardui quesiti, accompagnando il lettore lungo la strada dello sviluppo delle arti magiche rinascimentali e del loro rapporto con le arti liberali (grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astrologia, musica alle quali, a partire dal XIV secolo, si aggiunge l’ottica). Particolare attenzione è data all’astrologia, anello di congiunzione tra religione e scienza, tra sapere magico, per l’appunto, e sapere filosofico.
Il libro prende le mosse da un testo apparentemente lontano dall’indagine sulla magia come scienza, la commedia ariostesca Il Negromante (1535). Essa apre la via a rappresentazioni di argomento simile, dal Candelaio di Giordano Bruno alla Strega di Antonio Francesco Grazzini, tutte incentrate sulla profonda sfiducia nei confronti di filosofi e maghi, ritenuti ciarlatani, impostori o semplicemente vittime di pregiudizi popolari. Ariosto insiste sull’inutilità dell’astrologia anche in alcuni passi delle Satire e dell’Orlando furioso, riponendo maggiore fiducia nella Fortuna, arbitro imprevedibile delle vicende di ogni essere vivente.
Questa concezione è fortemente ridimensionata a Napoli da Giovan Battista Della Porta, filosofo e scienziato a cui Verardi, tra gli interpreti più accreditati, ha dedicato altri due libri[1]. Della Porta è autore di una commedia, Lo astrologo (1606). Scritta in un momento culturale differente rispetto a quello in cui operò Ariosto, in un contesto molto più attento a questa disciplina, l’opera non nasconde echi provenienti da altri testi dellaportiani, come la Chirofisonomia e i Magia naturalis libri IV, ed entra così nel dibattito sulla legittimità dell’astrologia, molto acceso tra gli intellettuali della seconda metà del Cinquecento e degli inizi del secolo successivo. Albumazar, protagonista del dramma, conosce bene la lezione di Aristotele, «di Tolomeo, di Zoroastro e di Ermete Trismegisto» ed esce dalla schiera di quei ‘negromanti’ ciarlatani, poiché ripone piena fiducia nelle arti di «illusionismo prestigiatorio», il cui emblema fondamentale è costituito dai mutamenti naturali della luna, più che dall’uso di arti negromantiche proibite. Sia pur beffato dai suoi stessi complici, Albumazar sa ben distinguere tra la vera magia naturale e l’insieme di superstizioni infondate, legate a questa complessa pratica (pp. 15-30).
L’astrologia divinatrice aveva già trovato, in particolare a Ferrara, la fiera opposizione di Giovanni Pico della Mirandola e di suoi seguaci, bilanciata, però, dalla presenza di voci favorevoli a questa ‘arte’ e di cattedre universitarie dedicate Ad Astronomiam in molti luoghi del nord Italia.
Prendendo spunto proprio dalle Disputationes adversus astrologiam divinatricem pichiane, ad esempio, il frate Girolamo Savonarola compila uno scritto Contro gli astrologi (1497), atto a rendere chiara agli ‘uomini volgari’ l’infondatezza dell’astrologia, contraria sia alle Sacre Scritture sia alla scienza: nei tre trattati che compongono tale opera, Savonarola ribadisce che solo Dio può conoscere ogni cosa futura che non dipenda strettamente dal ragionamento causale, pertanto l’astrologia divinatoria, quando indovina le sue previsioni, è ispirata da demoni – come già affermato da sant’Agostino –, i quali hanno conoscenza delle cause prossime e in relazione al mondo naturale e in relazione alle vicende umane. Non sorprende che prima Pico poi il frate si scaglino contro Tolomeo, attaccando i fondamenti della sua filosofia per invalidarne la teoria astrologica; Savonarola, inoltre, si sofferma maggiormente a illustrare ai lettori di più semplice ingegno che il cielo è ‘causa universale’ di eventi naturali non sempre e non tutti prevedibili e che persino la conoscenza dei moti celesti non garantisce la certezza del futuro. Esistono infiniti effetti fortuiti, ossia scaturiti dal concorso di più cause connesse, pertanto, imprevedibili e noti solo a Dio e alle entità angeliche, e bisogna fare i conti con la volubilità dell’essere umano e con il libero arbitrio, conoscibile solo da Dio. Il cielo, poi, è di interpretazione tutt’altro che semplice: l’uomo dispone solo della vista per indagarlo e, tramite tale mezzo imperfetto, non è in grado di appurare esattamente le ‘proprietà occulte’ che attribuiscono a esso gli astrologi (pp. 31-45)
Erede di entrambe le opere, quella pichiana e quella savonaroliana, risulta il De rerum praenotione (1506/1507) di Gianfrancesco Pico della Mirandola, intento a dimostrare l’inaccettabilità della cosmologia perseguita dagli astrologi sia dal punto di vista filosofico sia da quello religioso. Le argomentazioni risultano le medesime dei trattati di riferimento, pur entrando di più in merito ad alcune questioni come gli effetti dei pianeti sulla natura umana e le loro specifiche “essenze”; viene, pertanto, ribadita l’inconoscibilità del futuro per mezzo degli astri, poiché solo i profeti hanno la virtù di predire gli eventi grazie all’ispirazione divina. Quest’ultimo assunto evidenzia l’interesse teologico di Gianfrancesco, che approfondisce le teorie di Tommaso d’Aquino e le rilegge tenendo presente la lezione di sant’Agostino: ciò che gli uomini attribuiscono alla fortuna è, in verità, dipendente dal volere di Dio e può essere svelato, attraverso l’intermediazione delle creature angeliche, ai soli profeti, detentori della vera religio (pp. 46-56)
In una posizione quasi intermedia, anche in virtù della sua presenza tanto nel contesto ferrarese quanto in quello napoletano, si colloca Antonio De Ferrariis Galateo (1448-1517): in più opere l’umanista salentino prende le distanze dalla superstizione dell’astrologia divinatrice, fornendo la risposta scientifica alle credenze diffuse da «vecchiarelle e fraticelli», ma riconosce all’astrologia naturale il ruolo di disciplina superiore a quelle annoverate nel quadrivio, secondo un’eredità ricevuta durante i suoi anni di studio della medicina proprio a Ferrara. Medicina e astrologia, come vogliono Aristotele e Pietro d’Abano, sono costituite da un aspetto teorico e da uno pratico, sono tra loro connesse e rappresentano a tutti gli effetti due ‘scienze’ rivolte alla conoscenza del particolare, nonostante il parere avverso di Averroè e di Coluccio Salutati (pp. 57-67).
Più o meno in linea con questo pensiero sarà l’enciclica Coeli et terrae contra exercentes Astrologiae Iudiciariae Artem (1586) di papa Sisto V, il quale, sempre sulla base del pensiero di sant’Agostino, accetta l’astrologia naturale ma mette al bando l’astrologia giudiziaria in quanto fallace e demoniaca, poiché solo a Dio è dato conoscere gli eventi futuri. L’obiettivo è quello di tutelare il libero arbitrio, che qualsiasi arte divinatoria mistifica mediante l’influsso di potenze demoniache. Le stelle, inoltre, sono create per servire gli uomini e spetta agli angeli, secondo una teoria già espressa da Bonaventura, e ai vescovi, come vuole san Girolamo, il compito di illuminare gli intelletti umani e indirizzarli verso la conoscenza della Verità (pp. 107-113).
A difendere lo stretto legame tra astronomia e astrologia interviene il milanese Gabriele Pirovano, che vira verso un compromesso anche sul piano religioso: la sua Defensio astronomiae (1507), rivista dal fratello Michele e dal filosofo Girolamo Appiano in una pubblicazione postuma (1554), dipende strettamente dal Tractatus novus de astronomia di Raimondo Lullo e si impegna a dimostrare, attraverso l’uso di svariate fonti medievali, la validità della disciplina astrologica come arte congetturale e ‘scienza del possibile’, non contraria, pertanto, né al libero arbitrio, né alla provvidenza divina. Il neoplatonismo promosso da Marsilio Ficino aveva indotto molti astrologi a interrogarsi sulla natura degli astri e sull’influenza di questi all’interno del mondo sublunare: Pirovano, dal canto suo, riprende la dottrina medievale di tradizione peripatetica – pur con qualche concessione platonica – e insiste sull’importanza del luogo al momento della nascita per la valutazione degli influssi celesti sull’uomo e sul suo carattere. Questo segna la naturale «amicizia tra le complessioni celesti e quelle terrestri»: il cielo diventa responsabile delle virtù occulte degli elementi terrestri, che possono così manifestarsi, ma agisce solo sulle passioni dell’uomo, il quale può sempre avvalersi dell’intelletto per dominarle (pp. 69-79).
In tale dibattito si inserisce anche Cesare Rao (1532-1588), filosofo di Terra d’Otranto interessato a volgarizzare le arti liberali e le dottrine scientifiche, in particolare la meteorologia, per combattere la superstizione: il compito è alquanto arduo poiché comporta anche la creazione di un linguaggio filosofico in volgare, onere che, nel Cinquecento, può assumersi solo chi padroneggia perfettamente le lingue classiche. Il cielo stellato rappresenta per Rao uno ‘strumento’ di Dio e ha potere, come per Pirovano, solo sul mondo materiale: molte proprietà occulte, attribuite alle stelle, possono spiegarsi con l’uso delle arti liberali e, quindi, ascriversi a un ferreo statuto fisico-matematico. L’astrologia, dunque, può produrre un pronostico congetturale, come vuole la filosofia aristotelica che l’autore dichiara di leggere dal testo greco, e risponde alle leggi matematiche e geometriche: proprio per questo non può influenzare il libero arbitrio umano, fondato sull’intelletto, imprevedibile perché di origine divina (pp. 81-105).
Della Porta, che chiude ad anello l’indagine, propone nella Coelestis physiognomonia (1603) una vera e propria riforma dell’astrologia, sebbene presenti quest’arte come un errore di gioventù. La possibilità di prevedere il futuro sarebbe garantita dalla fisiognomica celeste, saldamente basata su arti liberali quali l’ottica e l’astronomia: i pianeti tornano a collegarsi strettamente con gli uomini che ne conservano le fattezze nei tratti e nei temperamenti, come dimostra l’immagine della stessa volta celeste. Le opinioni degli astrologi, quindi, diventano dimostrabili in base alla teoria degli umori e alla scienza medica di Galeno, rivisitata attraverso il pensiero di Pietro d’Abano e Biagio Pelacani da Parma (che giunge al Della Porta anche in forma mediata), in particolare per l’aspetto più propriamente matematico e della conoscenza ottica. È così che l’astrologia rivendica la sua natura matematica e razionale, come dimostra Verardi nell’ultimo capitolo dedicato a ricostruire la disputa tra Della Porta e William Gilbert (1544-1603) in relazione all’attrazione magnetica. Se in un primo momento Della Porta sposa la tesi di Marsilio Ficino, che connette il magnetismo alla Stella Polare, in seguito, approfondita la questione mediante gli studi di alchimia e tenendo presenti anche scrittori a lui contemporanei come Paolo Sarpi e Leonardo Garzoni (1543-1592), l’autore collega il fenomeno a Marte, il pianeta del ferro, seguendo il principio della “simpatia”. Tutto ciò è indagato sempre allo scopo di liberare l’uomo dalle infauste credenze popolari, che connettono l’evento a presenze demoniache (pp. 115-137).
Il volume – che si configura come un ulteriore contributo per comprendere meglio il Rinascimento italiano e il suo apporto alla modernità è un crescendo: dalle accuse velate di comicità contro l’astrologia divinatoria da parte di taluni autori, si passa alla netta condanna di questa arte diabolica, soprattutto da parte del mondo ecclesiastico, sebbene non manchino tentativi di parziale riabilitazione dal versante ‘scientifico’. Tali tentativi, che additano sempre le sciocche superstizioni, cercano di collegare, via via più saldamente, l’astrologia naturale con la matematica, la fisica, la medicina, l’ottica, senza compromettere né la presenza divina né il libero arbitrio, anzi dimostrando che l’uomo, attraverso la lettura delle stelle, può osservare con cognizione di causa gli eventi naturali e avere una maggiore consapevolezza di sé e delle sue virtù. L’arte della preveggenza, allora, muta i suoi adepti: se prima è ‘affare’ dei demoni, in seguito diventa (o prova quantomeno a diventare) appannaggio degli uomini che parlano per ispirazione divina – i profeti di Gianfrancesco Pico –, per essere poi rivendicata dagli scienziati, che, con Della Porta, permettono all’individuo di riappropriarsi del cielo mediante i saldi criteri delle arti matematiche, quasi scavalcando, con le dovute cautele, la divinità in una sorta di nuovo Umanesimo.
 

[1] Cfr. Donato Verardi, Logica e Magia. Giovan Battista Della Porta e i segreti della natura, Agorà & Co, Lugano 2017; Id., La scienza e i segreti della natura a Napoli nel Rinascimento. La magia naturale di Giovan Battista Della Porta, Firenze University Press, Firenze 2018.

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