«Noi i libri li scriviamo»

Note su un recente libro sulle leggi di successione monarchiche e sulla «produzione» di libri di storia al tempo presente

di Luca Al Sabbagh





Negli anni ottanta, quando il mio compianto padre era nel pieno della sua vita studentesca-universitaria nella Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna, incontrò un professore che, ostinatamente, non gli permetteva di passare l’esame di anatomia patologica. Dopo il settimo tentativo, mio padre, di fronte all’ennesima insufficienza data dal docente, richiese spiegazioni sui suoi errori ponendogli il manuale davanti agli occhi. La risposta del professore, guardando il libro, fu: «noi i libri li scriviamo». Certamente sono trascorsi circa quarant’anni da quell’episodio, tuttavia la “moda”, pur con qualche adattamento alle novità dei tempi (all'epoca non esistevano l'ANVUR e la VQR, per esempio), non è per nulla passata.
Recentemente mi è capitato di imbattermi nel libro di Marcello Verga, Alla morte del re. Sovranità e leggi di successione nell’Europa dei secoli XVII-XVIII (Salerno Editrice, Roma 2020) ed incuriosito ho letto questo volume con interesse. Non si aspettino i lettori di questa recensione, però, che l'interesse di cui sopra sia esploso per il contenuto e le qualità del libro, piuttosto, e inaspettatamente, hanno destato la mia attenzione il modus scribendi e la metodologia utilizzata.
Il libro si sviluppa in sei capitoli che hanno l’intento di ripercorrere la storia delle leggi di successione monarchica in età moderna. Fin qui tutto bene, ma ad una lettura più approfondita si nota come, nonostante l’Autore aspiri ad una trattazione sistematica dell’argomento, le leggi di successione prese in esame riguardino solo alcuni regni della modernità europea, e solo di alcuni sovrani vengono esposti dall’Autore le grandi riforme che hanno loro permesso di proseguire o cancellare la propria dinastia dalla linea di sovranità.
A prescindere da questa prima piccola debolezza, se ne palesa una seconda di ben più grandi dimensioni: la quasi totale inesistenza di fonti archivistiche menzionate in nota a piè di pagina. Se in qualche pagina del volume vi sono timidi accenni a coordinate archivistiche di carteggi coevi all’epoca presa in esame, tuttavia ampio spazio è dato al “saccheggio” autorizzato degli studi di altri studiosi che hanno trattato l’argomento del libro in precedenza; studiosi che hanno dato sicuramente un apporto scientifico massiccio sulla storia delle leggi di successione monarchica e che il Nostro menziona reiteratamente senza però dare una nuova prospettiva o un nuovo slancio alle ricerche sull’argomento, peraltro incorrendo talvolta in clamorosi errori storici: «[…] solo nel 1737 [gli stati già medicei] assunsero il titolo di granducato di Toscana» (p. 14) – ci si dimentica dell’incoronazione di Cosimo I de’ Medici da parte di papa Pio V come granduca di Toscana nel 1569 –; come padre di Maria II Stuart (moglie di Guglielmo d’Orange, re d’Inghilterra) è citato prima, erroneamente, Carlo II (p. 39), poi, giustamente, Giacomo II (p. 42). Ma errori storici li riscontriamo anche nelle recensioni (più o meno favorevoli) al libro, come se la confusione dell’Autore avesse contagiato i suoi lettori-recensori intenti a fargli le pulci. Un esempio è la recensione redatta da Massimo Firpo per il supplemento domenicale de Il Sole 24 ore del 12 luglio 2020 (pp. 5-6), dove l’autorevole esperto, soffermandosi con arguzia su alcune criticità del libro, asserisce quanto segue: «A destare qualche perplessità [...] è una periodizzazione che muove dalla seconda metà del '600, con l'esclusione di vicende cruciali [...] Mi limito a ricordare, solo per fare qualche esempio, la complicata successione di Carlo V ai suoi sconfinati domini […] o ancora la contrastata successione al trono di Francia di Enrico IV di Valois, legittimo erede al trono, ma ugonotto, anzi eretico relapso per essere tornato all'eresia dopo una fittizia conversione cattolica, pronto infine a ripeterla poiché – com’è noto – “Parigi val bene una messa”» (p. 6); il riferimento è senz’altro a Enrico IV di Borbone, la cui dinastia, subentrata ai Valois, reggerà le redini della Francia sino alla Rivoluzione e oltre.
Se il comparto metodologico e scientifico del libro scricchiola, non è scevra di lacune nemmeno la narrazione la quale, frutto come scritto poc’anzi di un utilizzo intensivo di studi altrui, risulta ricca di artifici retorici, povera di contenuti “freschi” e, francamente, pedante. Un linguaggio che riesce nel duplice exploit di scontentare sia gli esperti del settore sia i profani e gli appassionati, rendendo il volume più un testo adatto per lo svolgimento di un ostico esame universitario piuttosto che uno studio autorevole in campo scientifico o utile per la sua dimensione divulgativa. Di conseguenza, si tratta di un volume complessivamente debole nella sua stesura.
Per farla breve, il libro è figlio di questi tempi. Figlio di un tempo in cui i grandi e piccoli nomi del panorama accademico creano “prodotti” (come vengono definiti dall’ANVUR e classificati dal CINECA), che sono inodore e insapore: né bianchi né neri, né scientifici né divulgativi, spesso senza dire nulla di nuovo.
Giusto per avvalorare quanto scrivo, pongo l’attenzione su altri due casi tra tanti. Il primo è quello dell’ennesimo libro su Martin Lutero, stilato da  un grande studioso come Adriano Prosperi nel 2017, per i 500 anni dalla data con cui si fa tradizionalmente iniziare la Riforma protestante (Adriano Prosperi, Lutero. Gli anni della fede e della libertà, Mondadori, Milano 2017). Trattasi di una pubblicazione costruita quasi esclusivamente su riferimenti abbondanti a studi di terzi, che riprende tematiche già ampiamente sviscerate in un importante libro di Giovanni Miegge dedicato al giovane Lutero pubblicato per la prima volta nel lontano 1946 e più volte ristampato (si cita per comodità l'ultima edizione, ancora molto utile: Lutero. L'uomo e il pensiero fino alla Dieta di Worms (1483-1521), Claudiana, Torino 2008) e la cui voluminosità la rende poco fruibile sul piano divulgativo e/o didattico. Il secondo caso è la biografia dedicata da Angelantonio Spagnoletti a Filippo II d’Asburgo, pubblicata nel 2018 dalla stessa casa editrice del libro di Verga (Angelantonio Spagnoletti, Filippo II, Salerno Editrice, Roma 2018). Tra le pagine 10 e 11 l’Autore stesso afferma: «Ho accettato, pertanto, con una certa dose di incoscienza la proposta […] di stendere una vita del sovrano, l’ennesima dato lo strabocchevole numero di biografie scritte e in circolazione […], e mi son messo subito al lavoro capendo in quel momento in quale gigantesca trappola mi fossi cacciato. […] Ne è venuta fuori una biografia che certamente non è quella definitiva […], basata sulle cronache e sulle storie a stampa e non su documenti di prima mano. L’utilizzo di questi ultimi, sparsi negli archivi di mezzo mondo, avrebbe comportato l’impegno di una vita e non un lavoro di meno di due anni […]».
Si legge nelle parole di Spagnoletti, oltre che una certa onestà intellettuale, un latente problema nella ricerca odierna che prepotentemente viene a galla: la poca cura e dedizione amorevole verso la propria opera scientifica che si riduce drasticamente nelle tempistiche di costruzione al punto che possono addirittura bastare un paio d'anni scarsi o addirittura pochi mesi per partorire un libro con qualche pretesa, almeno sulla carta. Di conseguenza la domanda da porsi è: essendo consapevoli di non poter dire nulla di nuovo, serve davvero pubblicare un’altra monografia su Filippo II o su Martin Lutero o – come nel caso del volume di Verga – su un tema già così tanto studiato come le leggi di successione monarchiche europee? Probabilmente la risposta sarà no, ma l’importante è che «noi [i grandi nomi] i libri li scriviamo». Il tutto in una situazione drammatica nella quale i giovani studiosi faticano ad affermarsi, soffrono per la carenza di opportunità e finanziamenti e spesso non riescono a dare degna collocazione ai loro lavori. Giovani le cui ricerche sul campo sono non di rado fondamentali come materiali preparatori per la costruzione dei libri dei «grandi nomi», che talvolta ammettono pure i loro debiti. Così su «Osservatorio Sicilia» il 30 novembre 2008 era significativamente commentata la presentazione di un grosso volume dedicato da Orazio Cancila alla dinastia imprenditoriale dei Florio (Orazio Cancila, I Florio: storia di una dinastia imprenditoriale, Bompiani, Milano 2008): «L’intervento di Cancila [...] è apparso abbastanza vuoto. L’autore si è limitato a ripercorrere il suo lavoro di ricerca presso gli studi notarili siciliani almeno fino al 1930 affermando, e qui bisogna dargli merito, che si è servito di ricerche fatte dai suoi allievi, citando in particolare una studentessa di Palermo la cui ricerca gli ha permesso di scrivere un intero capitolo del libro. Fatto, quest’ultimo, che sembra una prassi consolidata seguita dai docenti universitari “italiani”, che spesso utilizzano le tesi dei propri allievi per scrivere i loro libri» (Cfr. Orazio Cancila sonoramente bocciato sui Florio, «Osservatorio Sicilia», 30/11/2008). 
Ma i «grandi nomi» quando scrivono i libri possono permettersi questo e molto altro. E la qualità scientifica diventa un aspetto secondario e del tutto negoziabile.

Marcello Verga, Alla morte del re. Sovranità e leggi di successione nell’Europa dei secoli XVII-XVIII, Salerno Editrice, Roma 2020, 184 pagine, 18 €.