Repubbliche regolari raccoglie quattro contributi dedicati a figure e contesti della Chiesa regolare italiana tra Cinque e Settecento, preceduti da un'ampia introduzione nella quale Antonella Barzazi ripercorre alcuni snodi della storiografia sugli ordini religiosi nell'età moderna. L'autrice dichiara esplicitamente la natura composita del volume, nato dalla rielaborazione di ricerche sviluppate in momenti diversi del proprio percorso scientifico e qui riunite sotto la categoria delle "repubbliche regolari". Proprio questa scelta costituisce uno degli aspetti più interessanti e, al tempo stesso, più problematici del libro. Se infatti i singoli contributi mostrano la consueta solidità documentaria che caratterizza la produzione dell'autrice, resta aperta la questione della loro effettiva convergenza entro un quadro interpretativo unitario. Il volume invita dunque a interrogarsi non tanto sul valore dei singoli studi, quanto sulla capacità della categoria proposta nel titolo di trasformare materiali nati autonomamente in una riflessione coerente sulle forme di organizzazione politica e culturale degli ordini religiosi nell'Italia moderna.
Dei quattro capitoli, tre derivano da contributi già pubblicati in sedi differenti e successivamente rielaborati, mentre il saggio dedicato a Girolamo Vielmi si inserisce in una linea di ricerca già coltivata dall'autrice, come testimonia anche la voce pubblicata nel Dizionario Biografico degli Italiani nel 2020. La natura dichiaratamente composita del volume non costituisce di per sé un limite; tuttavia rende ancora più importante la presenza di una forte cornice interpretativa capace di collegare casi di studio cronologicamente e tematicamente eterogenei. È precisamente su questo terreno che emergono alcune delle principali questioni storiografiche poste dal libro.
Certo, lo scrive anche l’Autrice (p. 18): “Le pagine che seguono non hanno l’ambizione di contribuire a una discussione che meriterebbe ben altro spazio. Intendono piuttosto proporre alcuni spunti di riflessione a margine di vicende e figure di una Chiesa regolare saldamente radicata al di qua delle Alpi, in un orizzonte lontano dagli stimoli di società multiconfessionali e di quotidiani contatti con differenti culture, ma condizionato dall’intreccio tra centralismo pontificio, contiguità con la corte romana, logiche politiche degli Stati. I quattro capitoli, che raccolgono contributi di ricerca redatti in momenti diversi di un itinerario intorno agli ordini religiosi iniziato molti anni fa e diramatosi in varie direzioni, costituiscono degli affondi su una serie di passaggi politici e culturali cruciali che marcarono l’ultima fase di capillare presenza della rete conventuale e monastica negli spazi della penisola, tra la crisi religiosa del Cinquecento e l’impatto, due secoli più tardi, con l’Illuminismo”.
Tuttavia, emergono alcune perplessità dalla definizione della Chiesa regolare italiana proposta nell’introduzione come realtà “saldamente radicata al di qua delle Alpi”, operante in un orizzonte relativamente distante dagli stimoli delle società multiconfessionali e dai contatti quotidiani con culture differenti. Pur trattandosi di una scelta prospettica dichiarata (l’Autrice identifica e sovrappone il governo degli ordini agli ordini stessi), essa rischia di restituire un'immagine eccessivamente compatta e centripeta del mondo regolare. La documentazione prodotta dagli stessi ordini religiosi, così come le fonti inquisitoriali e la più recente storiografia sulle reti della prima età moderna, mostrano infatti una realtà assai più mobile e permeabile: frati e monaci coinvolti in continui spostamenti, biblioteche alimentate da circuiti librari internazionali, relazioni epistolari che attraversavano confini politici e confessionali, oltre a una costante esposizione alle tensioni culturali e religiose del tempo. Più che organismi definiti esclusivamente dal rapporto con Roma e con gli Stati della penisola, gli ordini religiosi appaiono spesso come spazi di mediazione, attraversati da influenze, scambi e conflitti che ne complicano sensibilmente il profilo istituzionale.
L’introduzione cerca di colmare questo scarto. Barzazi propone un percorso diacronico sullo sviluppo degli studi sugli ordini religiosi in Italia, con uno sguardo attento agli snodi storiografici tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila. Ma la rassegna, per quanto densa, resta autoreferenziale e parziale. Ampio spazio è dedicato ai suoi stessi lavori e a quelli di studiosi italiani a lei affini (Giannini, Rosa, Fragnito), mentre risultano solo en passant i riferimenti agli studi internazionali degli ultimi anni, più per un rinvio bibliografico che per la reale necessità di discutere le prospettive storiografiche inaugurate nel contesto non italiano (o italofono): l’impressione è che il confronto con la storiografia globale sia evocato più come obbligo che come vero dialogo metodologico. Il lettore trova citati Wallnig, Županov, Quantin o Lehner, ma sempre filtrati da una postura difensiva, tesa a ribadire l’importanza del contesto italiano e delle “specificità” delle esperienze regolari della penisola.
Anche la selezione dei casi studio contribuisce a questo effetto. I protagonisti scelti da Barzazi sono, come da tradizione della sua ricerca, figure e congregazioni veneto-romane: i Servi di Maria al tempo dell’Interdetto, i camaldolesi tra Padova, Venezia e Murano, e naturalmente Vielmi, frate veneziano e poi vescovo di Cittanova. Tutti esempi pertinenti, ben documentati e inseriti in contesti concreti, ma limitati nella loro portata interpretativa. Nessuno dei capitoli riesce davvero ad articolare un discorso più ampio sulle culture regolari come sistemi autonomi di potere, né a mettere in crisi l’idea stessa di “repubblica regolare” come concetto storiografico operativo. D’altra parte, se il richiamo implicito è quello alla “repubblica delle lettere”, l’autrice sembra aver individuato un proficuo parallelo senza centrare il bersaglio. Il risultato è un approccio che conferma più che interrogare, e che in ultima analisi resta interno alla forma mentis che intende analizzare, ovvero un’epistemologia della conservazione più che della crisi.
Da un’attenta lettura del volume, si possono segnalare alcune criticità interpretative, omissioni significative e forzature prospettiche che possono essere considerate scelte di campo piuttosto discutibili. Tra i punti deboli rilevanti spicca una visione ancora troppo “italiana” e autoriferita. A dispetto delle frequenti citazioni di autori internazionali, il volume resta ancorato a una prospettiva italocentrica, con un baricentro chiaramente veneto-romano e senza un reale uso comparativo o transnazionale delle fonti. Barzazi sembra limitare la storia “globale” a una cornice teorica. I suoi casi di studio sono tutti locali e spesso già oggetto di sue precedenti pubblicazioni. La storiografia internazionale è citata, ma non integrata né discussa criticamente. Il risultato è una visione monografica travestita da sintesi ampia.
A p. 19 e seguenti, Barzazi dà una lettura discutibile della svolta post-tridentina, affermando che quella degli ordini religiosi nel secondo Cinquecento “fu una storia che non passò da Trento”, ma si ridusse a una questione di autorità pontificia e intervento inquisitoriale (citando il decimo capitolo di Prosperi, Il Concilio di Trento: una introduzione storica, 2001). È un’affermazione discutibile se non viene adeguatamente contestualizzata. Semplificare e, soprattutto, riproporre una posizione ormai superata dalla storiografia sull’impatto del Concilio di Trento sul clero regolare in questo modo (come se le congregazioni tridentine, le nuove missioni, la riforma dell’educazione teologica, le numerose testimonianze sul contributo dei regolari al dibattito conciliare, o la restaurazione liturgica non fossero rilevanti, come evidenziato da Novi Chavarria, Il clero prima e dopo il Concilio di Trento, 2014) rischia di oscurare la complessità del periodo e le forme di ricezione creativa dei decreti conciliari da parte degli ordini stessi (Sulla stessa linea, infatti, si muove anche il recente contributo di Al Kalak, Il concilio di Trento e i regolari. Gli ordini religiosi alla prova della Controriforma, 2021). Barzazi riduce la Controriforma (termine desueto e problematico, costantemente utilizzato da Barzazi, a differenza di Riforma cattolica, termine preferito dalla storiografia) a una lotta di potere curiale, ignorando il ruolo propulsivo delle riforme regolari (che, paradossalmente, era stato messo in evidenza, sotto numerosi aspetti, già nel volume collettaneo edito nel lontano 1946, Il contributo degli Ordini religiosi al Concilio di Trento, in occasione dei quarto centenario del Concilio, a cura di Cherubelli). La domanda all’Autrice sorge dunque spontanea: se la perdita di alcune specifiche autonomie istituzionali (mentre altre furono garantite e, anzi, allargate col decreto De regularibus et monialium) mise in discussione le prerogative godute dagli ordini fino a Trento, come possono essere integrate nella narrazione unitaria – non solo del volume – i numerosi e significativi contributi dei regolari nel più ampio panorama del cattolicesimo globale?
Tra i contributi più convincenti del volume figura il capitolo dedicato ai Servi di Maria tra Cinque e Seicento, già pubblicato altrove (negli atti del convegno I Servi di S. Maria nell’epoca delle riforme (1431-1623), 2011-2012, ora ripubblicato con qualche aggiornamento). Attraverso una ricca documentazione archivistica e una solida padronanza della storiografia dell’ordine, Barzazi – considerata anche la sua prima produzione sarpicentrica – ricostruisce le tensioni che accompagnarono il progressivo rafforzamento dell’autorità romana all’interno della famiglia servita, soffermandosi sulle riforme costituzionali, sul ruolo dei cardinali protettori e sui conflitti che opposero differenti concezioni del governo religioso. La figura di Paolo Sarpi assume il valore di un osservatorio privilegiato per leggere le trasformazioni dell’ordine nel passaggio tra XVI e XVII secolo, non tanto come eccezione individuale, quanto come sintomo delle profonde fratture istituzionali che attraversavano il mondo regolare. Particolarmente efficace risulta l’analisi dell’azione del cardinale Giulio Antonio Santoro, la cui politica di riforma viene descritta come fondata su “nomine d’autorità di propri fiduciari alle cariche provinciali e centrali” (p. 97), secondo una logica di crescente controllo che contribuì a ridefinire gli equilibri interni dell’ordine. Il saggio rappresenta probabilmente il momento nel quale la categoria di repubblica regolare trova la sua applicazione più persuasiva, mostrando come gli ordini religiosi fossero anche organismi politici dotati di procedure elettive, forme di rappresentanza e spazi di autonomia continuamente negoziati con le autorità ecclesiastiche. Proprio questa impostazione costituisce tuttavia anche il principale limite del contributo. L’attenzione è infatti concentrata quasi esclusivamente sulle strutture di governo, sulle dinamiche costituzionali e sui rapporti di forza tra centro e periferia, mentre restano in secondo piano altre dimensioni della vita regolare, quali le pratiche culturali, le relazioni con le società locali, le reti economiche e le forme di mediazione sociale esercitate dai conventi. Ne deriva una lettura fortemente istituzionale, capace di illuminare con precisione i processi di centralizzazione post-tridentina, ma meno interessata a cogliere la pluralità delle esperienze che animavano concretamente la presenza degli ordini religiosi nella società italiana dell’età moderna. L’Autrice sembra dominare con sicurezza il tema quando descrive istituzioni e strutture di potere, meno quando prova a trasformarle in una categoria interpretativa ampia e comprensiva della complessità del mondo regolare. La prospettiva densamente analitica, fatta di biografie o singoli study case, allontana il lettore dal presupposto iniziale di una lettura complessiva e storiograficamente omogena del ruolo delle “repubbliche regolari” nel contesto pre- e post-tridentino alle soglie dell’Illuminismo.
Il terzo capitolo, dedicato alle “geografie culturali benedettine” attraverso il caso della congregazione camaldolese, rappresenta probabilmente il contributo più compiutamente inserito nella tradizione di studi che ha reso Antonella Barzazi una delle principali studiose dell’erudizione religiosa italiana dell’età moderna. Muovendo da una revisione critica della consolidata narrazione storiografica che vede nella perdita della centralità di San Michele di Murano il segnale di un progressivo declino culturale della congregazione, l’autrice propone una ricostruzione più complessa e articolata dei processi che interessarono la vita intellettuale camaldolese tra XVI e XVIII secolo. Fin dalle prime pagine emerge infatti la volontà di superare schemi interpretativi troppo lineari: i dati restituiti dagli Annales Camaldulenses e da altra documentazione «suggeriscono tuttavia scenari più variegati e scansioni differenti» (p. 134), nei quali il ridimensionamento di alcuni centri tradizionali si accompagna all’emersione di nuovi poli culturali e a una ridefinizione degli equilibri interni della congregazione. Attraverso l’analisi delle biblioteche, degli studia, delle accademie monastiche e delle carriere di alcuni protagonisti, Barzazi mostra come la produzione del sapere all’interno della congregazione non fosse concentrata in un unico centro, ma distribuita lungo una rete di istituzioni che comprendeva Venezia, Este, Classe, Firenze e altri luoghi della presenza camaldolese. Il contributo, pur nella limitatezza geografica rispetto a quanto annunciato nel titolo, si segnala inoltre per la capacità di mettere in relazione vicende apparentemente locali con processi di più ampia portata. Le trasformazioni dell’organizzazione degli studi, il ruolo crescente assunto da alcuni monasteri e la progressiva ridefinizione delle gerarchie culturali interne vengono interpretati come parte di un più generale adattamento della congregazione alle esigenze della Chiesa post-tridentina e ai mutamenti del contesto politico e religioso europeo.
Tuttavia, proprio la solidità della ricostruzione rende più evidente una questione che interessa l’intero volume. Se infatti il saggio convince pienamente come contributo di storia culturale e dell’erudizione monastica, meno immediato appare il suo rapporto con la categoria delle “repubbliche regolari” che fornisce il titolo al libro. Il centro dell’analisi è costituito dalle biblioteche, dagli studia, dagli ambienti eruditi e dalle reti di produzione e trasmissione del sapere, mentre ricevono invece minore attenzione le strutture di governo, i meccanismi rappresentativi e le forme di autogestione che dovrebbero definire la specificità politico-istituzionale delle repubbliche regolari, categorie che avevano occupato in modo prevalente in secondo capitolo sui Servi di Maria. La prospettiva adottata privilegia dunque la dimensione culturale rispetto a quella costituzionale, producendo un contributo di notevole interesse ma il cui inserimento nella cornice interpretativa generale del volume non risulta sempre pienamente esplicitato.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento. Le geografie culturali ricostruite da Barzazi vengono osservate prevalentemente dall’interno della congregazione, attraverso le sue istituzioni, i suoi centri di studio e le sue figure di riferimento. Rimangono invece più sullo sfondo i rapporti con gli ambienti laici, con le università, con le accademie cittadine e con quelle reti culturali esterne che contribuirono anch’esse alla formazione dell’identità intellettuale camaldolese. Assente è anche il rapporto con quel ramo della famiglia camaldolese, quello coronese, che nel primo Cinquecento aveva innescato il primo tentativo di riforma interna della Chiesa con Paolo Giustiniani e Vincenzo Querini. Dato che l’Autrice può annoverare numerosi studi sull’impatto della storiografia camaldolese tra Sei e Settecento, sarebbe stato interessante vedere un elemento di originalità nel confronto tra tradizioni differenti e differenti ricezioni del sapere erudito, dell’autopercezione storica (e quindi storiografica) di due realtà al tempo stesso prossime e distanti. Ne deriva un quadro estremamente dettagliato delle dinamiche interne dell’ordine, ma meno interessato a esplorare le interazioni tra la cultura monastica e il più ampio contesto sociale e culturale della penisola.
Il capitolo – come saggio autonomo, e slegato dall’economia del volume – sembra trovare la propria piena coerenza nell’ambito della storia dell’erudizione religiosa e delle istituzioni culturali monastiche più che nella categoria di repubblica regolare, la cui effettiva capacità di unificare contributi tanto diversi rimane una delle questioni aperte lasciate dal volume.
Il capitolo conclusivo, dedicato alla memoria domenicana della censura ecclesiastica nel Settecento attraverso la figura di Giuseppe Catalano, offre una ricostruzione accurata e documentata delle tensioni che attraversarono la Congregazione dell’Indice e delle strategie di legittimazione elaborate all’interno dell’Ordine dei Predicatori. Particolarmente interessante risulta l’attenzione riservata alle forme con cui i domenicani cercarono di presentare il proprio ruolo nella censura romana non come mera funzione repressiva, ma come attività fondata sulla competenza erudita, sulla verifica documentaria e sulla tutela della correttezza dottrinale. Ne emerge un quadro più articolato di quello restituito da interpretazioni tradizionali che tendono a identificare la censura esclusivamente con il controllo e la proibizione.
Proprio la qualità del contributo rende tuttavia più evidente una questione che attraversa l’intero volume. Se infatti il saggio possiede una propria coerenza tematica e metodologica, appare meno immediato il suo inserimento all’interno della categoria delle «repubbliche regolari» proposta nel titolo. A differenza degli altri capitoli, centrati sulle strutture di governo degli ordini, sulle loro reti istituzionali o sulle relazioni con i poteri politici, l’attenzione si concentra qui prevalentemente sui processi di costruzione della memoria storica e sulle pratiche erudite legate alla censura ecclesiastica. Il legame con il paradigma interpretativo delineato nell’introduzione rimane pertanto più implicito che esplicito e contribuisce a rafforzare l’impressione di una raccolta di studi accomunati soprattutto dagli interessi di ricerca dell’autrice piuttosto che da una categoria analitica pienamente sviluppata e verificata nel corso del volume.
Ne deriva una sensazione di parziale autonomia del capitolo rispetto all’economia complessiva dell’opera. Più che mettere alla prova la nozione di «repubblica regolare», il contributo sembra infatti interessato a ricostruire un caso specifico di autorappresentazione culturale e istituzionale dell’ordine domenicano. Una scelta legittima e per molti aspetti feconda, che tuttavia lascia aperta la questione del rapporto tra i singoli studi raccolti nel volume e la cornice interpretativa che dovrebbe conferirgli unità.
Assordante è il silenzio sul nodo della femminilità religiosa: il volume parla di “repubbliche regolari” ma non affronta mai il ruolo degli ordini femminili nella cultura e nella politica dell’Italia moderna. Neppure una menzione alle clarisse, alle benedettine, alle visitandine, alle missionarie dei diversi ordini (che, spostandosi in quello spazio cattolico che raggiunge le Filippine, portarono fuori dalla clausura l’identità stessa degli ordini e favorirono l’incontro con culture e sensibilità altre), né alla loro funzione culturale o pastorale. Non è certo per mancanza di fonti, ma per riprendere le parole dell’autrice, il volume non nasceva per introdurre qualcosa di nuovo nel panorama storiografico, ma per offrire spunti. Spunti, certo, non una sintesi di tanti anni di lavoro e ricerca. Ma restano comunque spunti già colti, riflessioni già pubblicate, tesi già discusse. Ma se di repubbliche si vuole parlare, il limite diventa ancora più evidente. È una lacuna storiografica pesante, oggi difficilmente giustificabile, soprattutto se si considera che molti delle vecchie categorie discusse nel volume (la censura, l’educazione, la circolazione libraria, la tensione tra centro e periferia, ecc.) avrebbero potuto trovare nel mondo femminile un laboratorio di eccezionale interesse, tale da sfumare quelle stesse categorie. Il risultato è un libro datato anche nella scelta dei soggetti.
Se il titolo ammicca ad altri contenitori storiografici, come la Repubblica delle lettere e il ruolo dell'erudito nella formazione dello stato moderno, manca una riflessione concettuale sul termine “repubblica”. Il termine “repubblica regolare” viene dato per assodato, anche se riconosciuto come auto-definizione storica (soprattutto tra XVI e XVII secolo), ma manca del tutto una riflessione teorica sul lessico politico usato dagli ordini religiosi per definirsi. Non si interrogano i rapporti tra questa terminologia e i concetti di autorità, potere, obbedienza, governo misto, elettività, né si confrontano le “repubbliche regolari” con le altre “repubbliche” del tempo (comunali, universitarie, civiche). Anche qui la prospettiva rimane cronachistica, mai concettuale.
L’analisi dell’“assetto costituzionale” degli ordini (termine che Barzazi riprende fin dall’introduzione) si fonda sull’idea che ogni ordine sia una repubblica autonoma, con meccanismi elettivi e statuti di autogoverno. Ma non viene mai affrontato il problema della pluralità normativa interna: osservanti, conventuali, congregazioni riformate, autonomie provinciali, statuti particolari. Questa omissione rafforza l’impressione che il libro ragioni per astrazioni giuridiche o modelli idealtipici (“gli ordini”, “i benedettini”, “i domenicani”), senza entrare nei concreti processi storici che generarono riforme, scismi interni, differenze territoriali. In un contesto segnato da continui conflitti tra osservanza e rilassamento, tra autorità centrale e autonomie locali, l’omissione appare più che storiografica, strutturale.
Nonostante alcune affermazioni iniziali sull’importanza degli ordini nella cura d’anime, nella predicazione e nella scuola, non si analizza mai in modo sistematico il rapporto tra ordini religiosi e società locale, né sotto il profilo economico né sotto quello culturale. L’autrice menziona biblioteche, studi, e perfino “accademie”, ma come segmenti autoreferenziali, mai come strumenti di negoziazione culturale tra Chiesa e comunità. Ancora una volta, emerge l’impressione che il volume sia scritto ex cathedra, rivolto agli “addetti ai lavori” degli ordini religiosi, e non come tentativo di capire "come" questi ordini abbiano inciso sul tessuto sociale, culturale ed economico italiano. L’unica eccezione parziale è nel caso di Sarpi e dell’interdetto (argomento ben noto all'autrice, ma approfondito recentemente da studiosi internazionali che finalmente ne hanno ampliato il panorama e il respiro storiografico) ma anche lì manca il passaggio alla scala comunitaria.
Le analisi puntuali (come ad esempio sulle “guerre di frati” tra i serviti, o sulle biblioteche camaldolesi) risultano di indubbio interesse documentario, ma anche in questi casi il linguaggio rischia di appiattire la complessità. Il lessico accademico si fa iper-denso, disseminato di incisi e circonvoluzioni stilistiche, che spesso rallentano la lettura senza arricchire la riflessione. Una certa ostinazione nel tenere tutto sotto controllo, nel non lasciare margini di ambiguità, finisce per schiacciare la vivacità del materiale. L’impressione generale è quella di un discorso costruito per contenere, non per interrogare. Forse sarebbe stato utile, alla prova della necessità editoriale di un volume come questo, proporlo in lingua inglese: avrebbe permesso di asciugare lo stile e rendere meno provinciali i quattro saggi sull'erudizione "regolare". Questo avrebbe necessitato senza dubbio un approccio più internazionale alla materia, proposito sconfessato dall'Autrice fin dall'introduzione.
L’apparato bibliografico, infine, conferma questa chiusura. Se è vero che molti riferimenti sono puntuali e corretti, è altrettanto vero che mancano del tutto autori e studi centrali per una rilettura attuale della storia degli ordini religiosi. Non c’è traccia, ad esempio, del recente dibattito internazionale sulla “infrastructural history” del monachesimo, sulle mobilità transcontinentali degli ordini, o sugli approcci decoloniali alla storia missionaria. È un libro che si presenta come riflessivo, ma guarda quasi esclusivamente al proprio riflesso.
Repubbliche regolari è un "libro d’autrice", nel senso pieno del termine: il prodotto di un lungo percorso individuale, costruito nel tempo, con solidità archivistica e coerenza stilistica. Ma è anche un libro privo di aperture, segnato da una visione autocentrata della ricerca e da un controllo editoriale che non ha osato chiedere di più. Se è vero che gli ordini regolari hanno rappresentato per secoli una forma di potere “intermedio” tra Stato, Chiesa e società, questo volume finisce per riprodurne le logiche verticali, più che per metterle a tema. Di repubblicano, resta solo il titolo.
N.d.R. Abbiamo ricevuto questa recensione da uno studioso e, ritenendola ricca di spunti critici meritevoli di discussione e pienamente coerente con la linea editoriale di questa rivista, abbiamo deciso di pubblicarla integralmente. L'autore ha preferito rimanere anonimo e abbiamo ritenuto opportuno rispettarne la volontà. L'esperienza insegna, infatti, che nel mondo accademico la critica argomentata non sempre viene accolta come occasione di confronto, ma talvolta suscita reazioni personali e ritorsioni tanto prevedibili quanto avvilenti. Preferiamo, quindi, che il dibattito si concentri esclusivamente sulle argomentazioni.

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