domenica 24 febbraio 2019

Il mondo accademico italiano e quella meritocrazia inesistente

Si ripropone di seguito un'intervista a Daniele Santarelli, a cura di Alessia Marsigalia (https://alessiamarsigalia.com), dal titolo "Il mondo accademico italiano e quella meritocrazia inesistente", originalmente pubblicata on line l'11 aprile 2017 su "ITalents.org" (sito offline e non più attivo). Questa intervista ne anticipò un'altra, radiofonica, sugli stessi temi, andata in onda su "Radio 24" nell'ambito della trasmissione "Giovani Talenti", condotta da Sergio Nava (puntata "Cervelli di Rientro" del 3 giugno 2017). 


Daniele Santarelli, classe 1979, è ricercatore alla Seconda Università di Napoli. Proseguirà quasi certamente la sua carriera in Italia, ma il suo percorso non è stato semplice anche perché, come ci racconta, "ai tempi sono partito perché sapevo che in Italia non c'erano prospettive e sono rientrato vincendo il concorso Rita Levi Montalcini, perché altri canali non esistono". Laureato in ambito letterario e umanistico, Daniele passa il post dottorato tra le Università di Bordeaux, Lione, Ginevra. Poi partecipa al concorso Rita Levi Montalcini (già Rientro dei Cervelli), lo vince e ha l'occasione di iniziare la sua carriera qui, cosa che altrimenti, come sottolinea, sarebbe stata impossibile.

Come funziona quel concorso?
Ti permette di avere un contratto da ricercatore e ti garantisce, dopo tre anni, l'opportunità di diventare professore associato.  Solo vincendo quel concorso sono riuscito a intraprendere una carriera qui, altrimenti sarebbe stato impossibile.
In che senso?
In Italia esistono pochissimi concorsi nazionali, tutti sono su base locale e se non sei inserito puoi davvero scordarti di accedere. Anche per partecipare al concorso, per il quale dovevi stilare una lista di università disposte ad accettarti, l'iter si è rivelato duro. Nonostante il fatto che tu garantissi di portare finanziamenti e che non ci sarebbero stati oneri economici nell'assunzione e nella spesa dell'organizzazione, ho avuto diversi rifiuti.
E questo perché?
Per la cultura insita in questo mondo accademico, se vieni dall'estero poi sei visto come inaffidabile e c'è il rischio che tu possa portar via posti e progetti ai "baroncini" locali.
Perché non vengono sfruttate le competenze di chi arriva da fuori, che può portare un bagaglio culturale non indifferente?
C'è il meccanismo di fondo dei professori, che una volta divenuti tali pensano solo a mantenere la loro rendita di posizione. Non hanno più lo stimolo di innovare, di promuovere collaboratori. Manca un modello meritocratico di fondo e visto che gli attuali 60enni sono entrati nel mondo accademico attraverso meccanismi di appartenenza clientelare e famigliare e non secondo il modello meritocratico è difficile che lo applichino. Conto sui 50enni di oggi, già più disposti al dialogo, ma per quanto riguarda la vecchia guardia, che andrà in pensione a 70 anni - e questo è un altro motivo di mancanza di ricambio - , si ha solo di fronte un grande muro.
Perché hai deciso di tentare in Italia nonostante queste premesse?
Perché era un'occasione per portare in Italia quello che avevo imparato all'estero. Non dico di poter cambiare il sistema, ma se iniziano a tornare persone reclutate con logiche diverse, forse le cose potranno modificarsi. O almeno lo spero.
Con reclutate cosa intendi?
Che dovrebbero aumentare i concorsi nazionali e diminuire quelli locali, basati su logiche ben lontane dalla meritocrazia.
L'università italiana è competitiva?
Lo era, pian piano sta decadendo. Oltre al mancato ricambio generazionale dei professori, anche la burocrazia che governa le amministrazioni universitarie è penalizzante. Quando si partecipa a bandi europei, vince il ricercatore, e il progetto, che ha alle spalle una università dinamica, competitiva. I ricercatori e i progetti con università italiane alle spalle, con tutti i vincoli burocratici che ci sono, non sono competitivi ad alti livelli, soprattutto quando ci si scontra con progetti che hanno alle spalle colossi come le università inglesi.
Con la Brexit credi possa cambiare qualcosa?
Secondo me potrebbe essere un'opportunità. L'accesso ai fondi europei, senza la competizione delle università britanniche che erano imbattibili nel confezionare i progetti, potrebbe essere più semplice. Ma ci vuole comunque rinnovamento e semplificazione delle procedure. E' anche l'occasione per far rientrare chi è partito, una risorsa che serve al paese per crescere.
L'Italia non manca anche di internazionalizzazione?
Sicuramente. Quando stavo a Bordeaux ricordo che una studentessa francese doveva prendere accordi con un'università italiana. Peccato che all'ufficio internazionalizzazione nessuno parlasse inglese, francese o spagnolo.
Se dovessi stilare delle priorità cosa bisognerebbe cambiare da subito?
Abbassare l'età pensionabile dei professori ed, essendo l'Italia il Paese delle complicazioni iniziare a sciogliere i nodi, semplificando le procedure amministrative. Tra le misure che secondo me vanno prese per favorire il rientro dall'estero sarebbe poi fondamentale avviare una seria politica di incentivi fiscali, maggiorati soprattutto per i più giovani (under 40 o under 35, per intendersi), come la legge Controesodo, che ha comunque subito delle modifiche.
Sei soddisfatto di essere tornato e pensi di rimanere?
Si, sono abbastanza contento e penso che resterò anche perché volevo tornare. Anche quando sono andato all'estero in qualche modo rimanevo sempre sul confine. Tornare è una sfida, per vedere se riesco a smuovere qualcosa.

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